Computer crimes

Il 20 febbraio 2001 il Colonnello Umberto Rapetto, Comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico della Guardia di Finanza, nel corso di un’intervista, ha evidenziato il preoccupante aumento di crimini tradizionali commessi per mezzo di strumenti informatici e telematici.

Era noto da tempo, ad esempio in relazione ai delitti di estorsione e diffamazione, che molteplici reati c.d. “normali” potessero essere perpetrati anche tramite apparecchiature tecnologiche, ma il fatto che il Col. Rapetto l’abbia ora chiaramente sottolineato in un comunicato stampa conferma che il fenomeno è in aumento ed inizia a preoccupare le Forze dell’Ordine.

Da una rilevazione dati operata dal FBI nel 1997, mediante l’invio di un questionario anonimo a migliaia di aziende statunitensi, risultò evidente come i reali pericoli, per qualsiasi organizzazione, provenissero dall’interno, ad opera di dipendenti infedeli (80%), e non dall’esterno.

Le notizie fornite dal maggiore esperto di crimini informatici della Guardia di Finanza confermano oggi che i delitti tradizionali non sono in calo, ma stanno semplicemente caratterizzandosi con un modus operandi diverso rispetto al passato, grazie alle potenzialità dei sistemi informatici e delle nuove tecnologie in genere.

La diffamazione ha assunto su Internet una dimensione certamente diversa rispetto a quella tradizionale e, nonostante non sia assimilata al reato commesso a mezzo stampa, ha un potenziale lesivo decisamente alto.

I criminali dediti all’estorsione sembrano aver trovato nella crittografia uno strumento micidiale, grazie al quale – dopo essersi introdotti (dall’interno o dall’esterno poco importa) in un sistema informatico – procedere a cifrarne i dati per chiedere successivamente una somma in denaro al titolare, che si trova impossibilitato ad utilizzarli senza possedere la chiave di decrittazione.

La pedofilia è un delitto vecchio quanto il genere umano, ma, grazie alle reti telematiche, sta vivendo il suo momento di gloria, distraendo, peraltro, l’attenzione degli inquirenti dai problemi reali (il controllo degli asili, delle scuole, delle famiglie, dove il reato si commette materialmente).

Le violazioni di copyright e lo spionaggio industriale trovano nei nuovi sistemi di comunicazione eccellenti veicoli per lo scambio dei dati illegalmente sottratti ai legittimi titolari.

Per non parlare della criminalità organizzata, che è in grado, sempre grazie alla crittografia e alle reti telematiche, di dirigere e coordinare azioni colossali senza lasciar trapelare nulla.

L’elenco potrebbe continuare per intere pagine. Appare evidente come le nuove tecnologie siano in grado di offrire nuove potenzialità alla criminalità ed amplificare gli effetti dei reati tradizionali.

Eppure quotidianamente si assiste alla criminalizzazione degli strumenti, ad opera di soggetti che non trovano miglior occupazione che quella di richiedere a gran voce ulteriori leggi e massicci controlli per le nuove tecnologie, dimenticando che lo scopo principale del diritto è garantire la convivenza civile – reprimendo, se del caso, i soli comportamenti ritenuti contrari al raggiungimento di tale obiettivo – e non censurare e controllare in modo assillante qualsiasi cittadino, in spregio di qualsiasi diritto alla riservatezza.

I mass-media tradizionali, probabilmente mossi dall’esigenza di aumentare la tiratura, continuano ad evidenziare il potenziale lesivo di Internet e degli elaboratori elettronici. Ma qualsiasi strumento tecnologico necessita di un operatore che lo utilizzi. Peraltro mai nessuno, in passato, si è sognato di proporre la chiusura di Telecom (allora Sip) quando i primi maniaci iniziarono a molestare le donne grazie al telefono.

Lo stesso codice penale è stato riscritto in chiave pseudo-tecnologica, introducendo nuove norme volte a reprimere presunti reati informatici che, invece, altro non sono che reati tradizionali commessi mediante strumenti tecnologici.

Il danneggiamento informatico, ad esempio, è del tutto simile a quello tradizionale, così come la frode informatica è praticamente identica alla stessa fattispecie “normale”.

Inutile e ridondante il chiarimento di cui all’art. 600 ter (…anche per via telematica…) poiché la norma sarebbe stata comunque applicabile alla predetta fattispecie.

I delitti non sono come la benzina, super, normali e senza piombo. Nuove fattispecie di reato sono ipotizzabili solo nei casi in cui effettivamente si manifestino nuove situazioni che non sono mai state prese in considerazione dall’ordinamento. Le norme ci sono, e sono anche troppe, in relazione all’effettivo potenziale lesivo di molti comportamenti ritenuti negativi.

Sarebbe sufficiente applicarle, senza crearsi troppi problemi circa l’opportunità di riscriverle o di scriverne di nuove in chiave ulteriormente repressiva.

E sarebbe opportuno iniziare una costante opera di formazione ed informazione, per consentire a chiunque di saper badare almeno ai fatti suoi e agli organi preposti al controllo di poter controllare ed intervenire davvero.

Gianluca Pomante

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