Smart card e lda

Con la Legge 18 agosto 2000, n. 248, sono state modificate ed integrate le norme poste a tutela del diritto d’autore.

Non mancherà di suscitare feroci commenti l’introduzione dell’art. 171 octies, avente il seguente tenore: “Qualora il fatto non costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire cinque milioni a lire cinquanta milioni chiunque, a fini fraudolenti produce, pone in vendita, importa, promuove, installa, modifica, utilizza per uso pubblico e privato apparati o parti di apparati atti alla decodificazione di trasmissioni audiovisive ad accesso condizionato effettuate via etere, via satellite, via cavo, in forma sia analogica sia digitale. Si intendono ad accesso condizionato tutti i segnali audiovisivi trasmessi da emittenti italiane o estere in forma tale da rendere gli stessi visibili esclusivamente a gruppi chiusi di utenti selezionati dal soggetto che effettua l’emissione del segnale, indipendentemente dalla imposizione di un canone per la fruizione di tale servizio.”

Ancora una volta un Legislatore ignaro si piega, senza approfondire la materia, alle richieste delle multinazionali, formulando norme che, già ad un esame superficiale, risultano inadeguate e inutilmente vessatorie.

Se i compilatori avessero agito con cognizione di causa, certamente si sarebbero diversamente determinati nella redazione del testo normativo.

Poche brevi considerazioni sono sufficienti per evidenziare i principali difetti dell’art. 171 octies.

Le smart card del tipo utilizzato dai principali gestori di apparati di trasmissione satellitare, per decodificare i programmi diffusi nell’etere, non sono disponibili sul mercato e vengono cedute solo all’utente che si abbona al servizio.

La presunta illegittimità di un apparato rispetto ad un altro, quindi, è strettamente connessa al tipo di contratto sottoscritto dal suo utilizzatore; ciò premesso, è quantomeno assurdo pretendere di subordinare la rilevanza penale di un comportamento al contenuto di una scrittura privata.

Non esistono, inoltre, apparati idonei a decodificare trasmissioni in modo fraudolento ed altri che, invece, consentano di farlo in modo legittimo. La norma, in tal senso, è quindi inapplicabile, salvo che in rarissimi casi di flagranza di reato.

Ma quand’anche esistessero apparati che, per loro stessa natura, potessero intrinsecamente ricondursi al solo uso fraudolento, occorrerebbe comunque stabilire come regolamentare l’attività di ricerca e di studio che ognuno ha il sacrosanto diritto di esercitare; in presenza di una norma generica come quella appena promulgata, risulta difficile tutelare i cittadini dagli abusi di taluni appartenenti alle forze dell’ordine e alla magistratura, talmente impreparati in materia di tecnologie dell’informazione da considerare corpo di reato il tappetino di un mouse.

Sarebbe inoltre irragionevole pretendere di impedire – per tutelare i diritti economici di alcune grandi aziende del settore delle telecomunicazioni – le ricerche universitarie nel campo della crittografia o lo studio di determinati apparati da parte di aziende specializzate in sistemi e misure di sicurezza.

Meno che mai, infine, la norma avrebbe dovuto prendere in considerazione la produzione, l’importazione e la vendita di tali apparati, giacchè solo il loro uso illegittimo può determinare la rilevanza penale del comportamento.

Ovviamente alle carenze del legislatore dovrà sopperire la giurisprudenza, disapplicandola ove irrazionale, sulla scorta di quella prassi ormai costantemente affermatasi nel mondo del diritto che porta ciascuno di noi a confrontarci quotidianamente con un sistema normativo e giudiziario sempre più distante dal comune ideale di Giustizia.

Gianluca Pomante

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