I vantaggi dell’opensource

Il termine inglese opensource indica che il codice sorgente del software che si acquista è liberamente disponibile, insieme alla versione del programma utilizzabile sull’elaboratore (compilata).

Contrariamente a quanto comunemente inteso, opensource non significa gratuito, ma aperto a qualsiasi contributo intellettuale. Può trattarsi quindi di software distribuito in modalità freeware, shareware (si paga solo al termine del periodo di prova, se si intende continuare ad utilizzare il programma) o a pagamento.

Le versioni standard dei pacchetti commerciali di maggiore diffusione sono distribuite nella sola versione compilata, che impedisce all’utente finale di apportare qualsiasi modifica alle linee di programma. Ciò, essenzialmente, per fini di tutela della proprietà intellettuale, ma, soprattutto, per un deprecabile concetto della tutela del diritto d’autore, che viene ormai identificato con gli interessi economici ad esso connessi, piuttosto che con l’interesse alla capillare diffusione dell’opera a vantaggio della collettività, cui invece si ispirano le norme di riferimento.

In antitesi con tale impostazione culturale, il software opensource, abbracciando l’originaria filosofia degli hacker d’America, si propone come modello di divulgazione dell’opera dell’ingegno, allo sviluppo della quale chiunque può collaborare esaminando e studiando il codice sorgente.

Decine di comunità di programmatori indipendenti, ad esempio, partecipano allo sviluppo delle varie distribuzioni di Linux, reperibili tramite Internet o attraverso canali commerciali tradizionali.

Recentemente, diverse grandi aziende produttrici di hardware e software, dopo aver compreso le notevoli potenzialità, anche in termini di futuro sviluppo, del software opensource, hanno spostato parte della loro attività verso questo settore, certe di poter recuperare rapidamente le somme investite nella progettazione e realizzazione di sistemi operativi e programmi per elaboratore attraverso l’erogazione di servizi di assistenza e consulenza.

Un nuovo modo di interpretare le regole di un mercato complesso come quello del software, che sembra ora dirigersi verso una minore tutela delle ragioni commerciali delle grandi aziende per privilegiare lo sviluppo aperto e liberamente accessibile di prodotti qualitativamente migliori. Se marchi blasonati come IBM e SUN hanno deciso di dedicare la loro attenzione al fenomeno opensource, il merito è certamente del sistema operativo Linux, ormai noto ai più, che è riuscito, nel tempo, a sottrarre ad altri sistemi operativi il monopolio dei server aziendali e di rete, e sta ora iniziando a dare fastidio alla concorrenza anche nel mondo SOHO.

Per Linux sono ormai disponibili numerose applicazioni note agli utenti di altri sistemi operativi. Molte aziende, infatti, intuite le potenzialità di questo sistema operativo, non hanno fatto attendere il porting delle rispettive applicazioni, con risultati in grado di soddisfare anche gli utenti più esigenti.

Per l’utilizzatore di software di produttività individuale Linux è ormai pronto a competere alla pari con altri prodotti più noti, a patto di accettare un periodo di riqualificazione del personale che, ad ogni modo, non dovrebbe essere neppure troppo traumatico e costoso.

Ma neppure per windows mancano esempi di programmi opensource affidabili e potenti, che possono validamente competere con quanto già presente sul mercato, ma a pagamento.

A prescindere dalle caratteristiche prestazionali ed economiche dei predetti software, ad ogni modo, sarebbe opportuno ponderare meglio, alla luce di recenti notizie apparse su alcune riviste specializzate, l’adozione di programmi per elaboratore per i quali non siano disponibili i codici sorgenti.

Alcuni esperti di sicurezza informatica hanno infatti accertato che diversi programmi, anche abbastanza noti e diffusi, contenevano algoritmi che consentivano il monitoraggio dell’attività dell’utente su Internet o l’acquisizione di dati personali del medesimo che venivano inviati alle aziende produttrici o ad altre aziende ad esse collegate.

L’attuale normativa sulla sicurezza informatica connessa al trattamento dei dati personali, le cui basi furono gettate nel 1996 dalla c.d. “legge sulla privacy”, obbliga le aziende ad adottare determinati accorgimenti che ben si sposano con un software  del quale sia possibile esaminare il codice sorgente, alla ricerca di semplici errori che potrebbero causare danni al sistema informativo aziendale o, addirittura, di algoritmi sovversivi che potrebbero essere utilizzati per accedere a dati ed informazioni riservate o per bypassare user-id e password. Diversamente, invece, non è perfettamente compatibile con programmi dei quali non sia possibile comprendere o studiare il funzionamento, proprio per l’impossibilità di accedere al codice sorgente e di controllare come il programma si comporta durante le sessioni di lavoro.

A prescindere dai costi di acquisto della maggior parte dei pacchetti standard, l’ipotesi che un’azienda possa integrare, all’interno dei propri software, delle routine che possano violare la privacy dell’utente degli stessi, o addirittura consentire l’accesso non autorizzato ai dati che conserva sul proprio disco fisso, non è poi così remota.

Occorre riflettere soprattutto se l’azienda non è privata ma pubblica, e si trova quindi a gestire dati di interesse nazionale o informazioni che potrebbero, ove divulgate, creare problemi di ordine pubblico e di sicurezza (è sufficiente pensare ad una Prefettura, ad una Questura, ad una ASL, ecc.).

L’adozione di software opensource, almeno in teoria, consentirebbe di ridurre i problemi connessi a tali software, proprio per il continuo studio che viene eseguito da migliaia di programmatori indipendenti sui codici sorgenti al fine di migliorarli o trovare errori di programmazione. Algoritmi sovversivi di tal genere, quand’anche inseriti, non avrebbero vita lunga, mentre potrebbero passare inosservati anche per anni su un programma compilato.

Non appare inutile evidenziare che tale circostanza consentirebbe di concentrare l’attenzione su altri problemi legati alla sicurezza informatica (virus, tentativi di intrusione, accessi non autorizzati, ecc.).

Gianluca Pomante

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