Pirateria informatica e crescita IT

Da qualche giorno, la BSA (Business Software Alliance), organizzazione senza fine di lucro che tutela gli interessi delle maggiori società con fine di lucro operanti nel settore informatico (tra le quali Microsoft, Autodesk, Sony ed Apple, solo per citarne alcune), ha reso noti i risultati di uno studio commissionato alla società IDC, secondo il quale la diminuzione della pirateria informatica consentirebbe la crescita del settore IT e la creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro.

Secondo gli esperti della IDC, il settore IT potrebbe beneficiare della riduzione della pirateria informatica fino a crescere del 50% in più rispetto alle aspettative, fornendo fino a 1.500.000 nuovi posti di lavoro.

L’incremento del gettito fiscale è stimato in 57 miliardi di euro, mentre la crescita economica complessiva dei paesi interessati dal fenomeno potrebbe raggiungere i 357 miliardi di euro.

Risultati decisamente interessanti, che dovrebbero far felici i capi di stato che hanno promesso migliaia di posti di lavoro per i prossimi anni e che, indubbiamente, consentono di intravedere un roseo futuro per tutti i giovani in cerca di occupazione.

Peccato che, alle cifre ragguardevoli e precise fornite nella prima parte dello studio, facciano seguito molti verbi al condizionale e molte affermazioni generiche in riferimento ai benefici dei quali avrebbero già goduto i paesi che da tempo sono in prima linea nella lotta alla pirateria informatica.

Secondo altre fonti, altrettanto autorevoli, l’industria IT degli Stati Uniti è talmente in crisi da minacciare l’esistenza stessa della Silicon Valley, mentre in Europa qualsiasi mercato, non solo quello tecnologico, si trova ad affrontare una recessione senza precedenti.

Il mercato del lavoro, infine, accusa sempre più il divario tra cultura scolastica ed esigenze aziendali. In sostanza, gli studenti di oggi non apprendono ciò che servirà loro nelle aziende di domani (soprattutto perché le scuole non sembrano in grado, nel breve periodo, di aggiornare i programmi didattici all’evoluzione tecnologica), e ciò introduce ulteriori difficoltà per l’inserimento nel mondo del lavoro, che si traduce in ulteriori posti di lavoro persi (e non guadagnati) a causa dell’IT.

Alcune riflessioni sono necessarie.

Il personal computer è nato per migliorare la produttività individuale. Ciò significa che, rispetto al passato, dovremmo lavorare meno e meglio, perché il computer consente di fare in un’ora ciò che prima impegnava un lavoratore per tre ore.

Quindi, se la matematica non è un’opinione, oggi, su un’ipotetica giornata di nove ore di lavoro, ogni lavoratore dovrebbe avere sei ore libere.

Questo vantaggio, tuttavia, nel mondo “accelerato” in cui viviamo, è stato sfruttato per incrementare i profitti; il che significa che oggi un impiegato lavora ugualmente nove ore, ma produce (e si stressa) il triplo di prima. Problemi d’analisi psichiatrica a parte (la malattia più diffusa nei paesi civilizzati è la depressione), ciò determina una riduzione del personale pari a due terzi. Il che significa che, sempre a causa dell’evoluzione tecnologica, si sono persi i due terzi dei posti di lavoro prima disponibili.

E’ interessante, infine, verificare che a promuovere leggi sempre più repressive contro la pirateria informatica – preoccupandosi di spingere i governi ad adottarle, finanziando e pubblicando studi come quello testè commentato – sono le stesse aziende che, grazie ad essa, hanno affermato la propria presenza monopolistica nel settore di riferimento.

Alcune considerazioni:

  • Autocad è il programma di disegno tecnico più usato al mondo.
  • Windows e Office sono il sistema operativo e la suite da ufficio più diffusi al mondo.
  • La Playstation è stata la consolle da gioco più venduta al mondo.

Sarà un caso che nelle facoltà di architettura ed ingegneria gli esami si sostengano su Autocad, nonostante sia abbastanza evidente che gli allievi, salvo qualche eccezione, non potendosi permettere il lusso di spendere circa 5000 euro per acquistare una copia ufficiale del programma, ricorreranno ad una copia pirata?

Sarà un caso che nelle scuole di ogni ordine e grado e negli uffici pubblici, negli anni ’90 (cioè quando Windows e Office non erano uno standard e dovevano fare i conti con altre realtà ben più affermate, come Wordstar, Lotus 123, Unix, Xenix, ecc.), il pacchetto Office e il sistema operativo Windows si siano diffusi grazie all’underlicensing (si comprava una copia del software e si installava su decine di macchine) – costringendo gli utenti e le aziende a dotarsi dei medesimi programmi, per ragioni di compatibilità ed interoperabilità – e che, negli stessi anni, nonostante il fenomeno fosse ben più radicato di oggi, l’attività antipirateria di molte aziende era praticamente inesistente?

Sarà un caso che la Playstation abbia sbaragliato i propri concorrenti perché i giochi su cd potevano essere facilmente copiati, e a prezzi irrisori, e quelli dei concorrenti no (il Nintendo, ad esempio, utilizzava schede elettroniche)?

In conclusione, sorge legittimo il sospetto che, per le aziende del settore, la pirateria informatica sia stata un fenomeno da supportare (più o meno ufficialmente) negli anni 90, quando il mercato stava selezionando gli operatori che avrebbero dovuto dettare gli standard negli anni successivi, e sia diventato un fenomeno da arginare solo da qualche anno,  cioè da quando le poche aziende sopravvissute sono in grado di controllare un mercato in cui gli utenti sono ostaggio dei dieci anni di formazione professionale e codificazione dei dati.

Quanti utenti, infatti, non migrano a Linux – nonostante i numerosi vantaggi, anche di ordine economico – per la difficoltà di imparare ad utilizzare un nuovo sistema operativo? E quante aziende non possono migrare al free software per la difficoltà di riconvertire procedure e archivi studiati e codificati per decenni per il mondo Windows e per i costi connessi alla riqualificazione del personale?

Dal punto di vista giuridico, infine, è quantomeno discutibile che gli interessi commerciali delle aziende debbano essere tutelati dalle Forze dell’Ordine e dalla Magistratura pagati con soldi pubblici.

La licenza d’uso del software è paragonabile al canone di locazione di un appartamento; ma per liberare un appartamento da un inquilino moroso o abusivo non è possibile ricorrere alle Forze dell’Ordine senza aver preliminarmente esperito un’azione civile per sfratto.

Gianluca Pomante

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