Ricettazione e opere dell’ingegno

Per espressa previsione normativa, la legge sul diritto d’autore garantisce i diritti morali e patrimoniali sulle opere dell’ingegno, distinguendole con chiarezza dai brevetti industriali per l’evidente diversità ideologica che li caratterizza.

La materialità dei processi industriali e delle invenzioni si contrappone con evidenza alla immaterialità e alla evanescenza della produzione intellettuale, resa palese dalla obiettiva impossibilità di sottrarre un’opera al suo autore, il quale, salvo lavaggi del cervello ed amenità di tal genere, ne sarà sempre l’unico ed indiscutibile titolare e possessore.

Per questo, negli anni ’50, si era tentato di accordare tutela alle opere dell’ingegno con un artifizio giuridico, che le voleva incorporate nel supporto materiale all’interno del quale erano imprigionate, e che le rendeva indivisibili, ad esempio, dal disco in vinile o dal libro, senza possedere i quali non era possibile godere del beneficio intellettuale derivante dalla loro fruizione.

E, per lo stesso motivo, non si soleva distinguere tra tutela accordata al libro in quanto tale e all’opera in esso contenuta, giacchè, nel furto, ad esempio, lo spossessamento di entrambi, subito dal legittimo proprietario era più che evidente.

A distanza di cinquant’anni, tuttavia, il mondo è cambiato, e con esso il modo di produrre e di godere delle opere dell’ingegno, che sempre più spesso si diffondono nell’etere e nell’Internet con la stessa fluidità, senza essere più ancorate ad alcun supporto fisico.

La duplicazione digitale ha sostanzialmente reso indistinguibile gli originali dalle copie, e tale trasformazione ha avvicinato i supporti ottici e magnetici molto più al cervello umano che al supporto fisico di cui si aveva bisogno per fruire, in passato, della musica o del cinema.

Ebbene, se a tale modifica il mondo del diritto ha reagito, pur se in modo eccessivo, producendo una norma che riporta l’attenzione sull’opera, svincolandola dal supporto, una parte di questo stesso mondo nega tale divisione, sebbene essa sia evidente, continuando a parlare di ricettazione in relazione ai reati tecnologici che hanno ad oggetto le opere dell’ingegno.

Dimenticando che la previsione delittuosa di cui all’art. 648 c.p. necessita, innanzitutto, di un reato presupposto, che non sempre è dato rinvenire nel caso, ad esempio, di duplicazione abusiva di software. L’espressa previsione normativa che autorizza il titolare della licenza d’uso all’esecuzione della copia di riserva, infatti, non consente la punibilità di tale condotta. Ma anche l’espresso riferimento dell’art. 171 bis l.d.a. al profitto non permette di sanzionare penalmente l’attività di chiunque, ad esempio, scambi con un amico una copia di un software che entrambi hanno acquistato regolarmente, dato che il reato si manifesterebbe solo con l’utilizzo di detto software all’interno di un’attività produttiva (profitto) ovvero a seguito di cessione a titolo oneroso (lucro).

Detta interpretazione, quand’anche non fosse condivisa, è comunque giustificata dall’introduzione, nell’ordinamento, del prelievo fiscale che intende compensare gli autori e gli editori della c.d. copia privata, che deve essere, pertanto, considerata lecito.

Venendo a mancare il reato presupposto, appare altrettanto evidente l’insussistenza del conseguente reato di ricettazione. Ma vi è di più.

Pur accettando la tesi secondo la quale ci si troverebbe in ogni caso di fronte ad un reato previsto e punito dall’ordinamento, il software, il brano musicale e qualsiasi altra opera dell’ingegno resterebbero beni immateriali, come tali sottratti alla tutela incardinata dall’art. 648 c.p., il cui fine  resta quello di non consentire la dispersione del denaro o altre cose di provenienza delittuosa.

L’esplicito riferimento della norma alle “cose”, ossia a beni che hanno la caratteristica della “materialita”, è di per sé sufficiente ad escludere qualsiasi riferimento alle opere dell’ingegno; né può servire a cambiare la sostanza il fatto che l’opera dell’ingegno sia incorporata su supporti ottici o magnetici, poiché questi ultimi, anche nel caso di duplicazione abusiva, sarebbero di provenienza lecita ed avrebbero assolto anche al famoso balzello per copia privata.

Desta infine preoccupazione l’ipotesi di reato partorita in questi giorni da qualche Procura, secondo la quale anche il file sharing, ossia la condivisione di dati tramite reti telematiche, concretizzerebbe l’ipotesi di reato della ricettazione. I casi sono due: o sono cambiati i principi generali del diritto penale italiano (divieto di analogia e principio di legalità) e la modifica è passata inosservata ai più, oppure, com’è più probabile, qualcuno sta commettendo errori grossolani, e si rifiuta di approfondire il problema per motivi che non è dato conoscere.

Ciò che desta maggiore preoccupazione è, infine, la costanza e la perseveranza con la quale alcune Forze dell’Ordine e parte della Magistratura perseguono tale tipologia di reati, che probabilmente creeranno anche qualche difficoltà alla nostra economia, ma che, con altrettanta certezza, hanno un effetto sulla collettività ben diverso dallo scippo, dalla rapina, dall’usura e da ogni altra attività che viene percepita dalla gente come un vero pericolo, un vero delitto, e che non viene presunta tale dall’ordinamento nella speranza di tutelare penalmente interessi commerciali che, invece, trovano l’unica giusta collocazione sistematica e teorica nell’ambito del diritto civile.

Gianluca Pomante

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