Aziende e nuove tecnologie

L’evoluzione tecnologica e le nuove realtà ad essa connesse – Internet e l’informatica in particolare – hanno radicalmente mutato i rapporti B2C e B2B, inducendo un’accelerazione dell’attività svolta da privati, professionisti ed aziende, che ha spesso creato nuovi modelli di sviluppo e di confronto, nuove metodologie di lavoro e di scambio di informazioni, nuove occasioni di collaborazione e contrattazione.

Ai nuovi fenomeni scaturiti dall’evoluzione, in chiave tecnologica, della società moderna, non a caso definita “dell’informazione”, il Legislatore non sempre ha reagito con la rapidità e la chiarezza che sarebbero auspicabili, redigendo norme solo parzialmente chiare e non sempre immediatamente applicabili.

L’impulso degli Organismi Comunitari ed Internazionali e le interpretazioni, anche controverse, della giurisprudenza, hanno indotto un disorientamento generale che è causa di numerosi problemi per quanti, pur operando nei propri settori, sono in qualche modo condizionati dall’uso delle nuove tecnologie.

L’avvento del commercio elettronico ha radicalmente e definitivamente cambiato il modo di intendere il contatto con il cliente. Capisaldi della comunicazione di massa e del marketing, applicati alle strutture “fisiche” di negozi e aziende, come la cura delle vetrine, la cortesia dei commessi, l’affabilità del titolare, sono improvvisamente venuti meno, sostituiti da una pagina elettronica.

Il mercato è diventato, improvvisamente quanto inesorabilmente, a dimensione transnazionale e le problematiche connesse ad una tale visibilità devono essere affrontate necessariamente avendo sempre presente la situazione internazionale.

Al tempo stesso la disciplina delle attività commerciali, dal punto di vista strettamente giuridico, è stata ampliata ed estesa alle transazioni on line, in parte reiterando le norme già poste a tutela del consumatore per la stipula dei contratti al di fuori dei locali commerciali, in parte introducendo nuove forme di tutela specifiche per l’Internet e la stipula di contratti a distanza, andando perfino a modificare alcune disposizioni del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, per adeguarle alle mutate esigenze degli scambi commerciali.

I modelli contrattuali cui professionisti ed aziende hanno fatto riferimento per anni, sono ora in parte da rivedere e da aggiornare, in quanto vincolati alle modalità di stipula dell’accordo o di erogazione del servizio. Anche le aziende che non vendono prodotti o servizi informatici riscontrano la necessità di redigere modelli contrattuali adatti al particolare mercato in cui operano, che possano integrare nelle regole giuridiche gli aspetti tecnici che caratterizzano il rapporto da instaurare. Anche le piccole e medie imprese, i liberi professionisti e i lavoratori autonomi, sono sempre più spesso coinvolti in transazioni telematiche o in rapporti che prevedono l’uso di nuove tecnologie.

Perfino la struttura aziendale interna sta radicalmente cambiando in funzione dell’uso delle risorse tecnologiche.

L’attività di ogni azienda è caratterizzata dallo scambio di informazioni tra i vari reparti; risulta determinante, per il successo di ogni iniziativa, la comunicazione tra reparti operativi e organi decisionali.

L’utilizzo professionale di Internet e dell’intranet aziendale, ma, soprattutto, lo scambio di dati sicuro dal punto di vista dell’integrità delle informazioni e dell’affidabilità delle strutture, consente di velocizzare e potenziare i processi decisionali, con inevitabili ripercussioni positive sull’intero risultato dell’attività svolta.

Per converso, è necessario disciplinare compiutamente i rapporti con il personale, per evitare contrasti e situazioni di dubbia legittimità legati all’uso delle risorse tecnologiche aziendali.

La recente riforma della proprietà industriale ha radicalmente trasformato i rapporti tra dipendenti-inventori e datori di lavoro, restituendo ai primi il diritto di rivendicare la paternità e l’esclusività dello sfruttamento economico delle proprie scoperte.

Situazione radicalmente diversa in relazione alle opere dell’ingegno, per le quali resta invece il datore di lavoro titolare dei diritti di sfruttamento economico dell’opera.

Le ultime modifiche alla legge 22 aprile 1933, n. 641, hanno introdotto una disciplina ancora più restrittiva per il software, prevedendo sanzioni fino a tre anni di reclusione per l’utilizzo di software privo di licenza d’uso. E’ sufficiente l’installazione di un numero di copie del programma superiore alle licenze d’uso possedute per far scattare l’azione penale.

Non è da escludere, inoltre, un uso improprio delle risorse aziendali da parte dei dipendenti. Recenti statistiche del Computer Security Institute (FBI) e del Computer Emergency Reponse Team statunitensi confermano che molti problemi legati all’uso di infrastrutture tecnologiche in azienda derivano da un uso non corretto o intenzionalmente fraudolento da parte dei dipendenti, mentre è certamente meno probabile il verificarsi di eventi legati ad aggressioni provenienti dall’esterno.

L’uso di Internet per scaricare filmati e musica dal Web, o per controllare l’andamento della borsa valori, o del proprio conto corrente, possono essere tollerati ed ignorati, se limitati a pochi casi e a brevi lassi di tempo, ma creano seri problemi di produttività e di rendimento se attuati costantemente e senza responsabilità.

A ciò si aggiunga che l’eventuale perpetrazione, anche involontaria, di un reato, da parte di un dipendente, utilizzando tecnologie aziendali (ad es.: download di codici per l’accesso fraudolento a trasmissioni televisive o per l’utilizzo di software protetto da copyright), ove rilevato, inevitabilmente indurrebbe le Forze dell’Ordine e la Magistratura ad intervenire presso la sede dell’impresa (luogo in cui si concentra o da cui ha avuto origine l’attività illegale), per poi accertare all’interno dell’organizzazione aziendale le responsabilità individuali, con i conseguenti danni morali e materiali in termini di immagine, di rendimento, di interruzione delle attività, ecc.

Il rischio, inoltre, di vedersi sequestrare un server aziendale (con tutti i problemi conseguenti a tale evento) a causa del download di materiale illegale da parte di un dipendente è tutt’altro che remoto.

E’ quindi quantomeno opportuno regolamentare l’uso delle risorse tecnologiche da parte dei dipendenti, da un lato per prevenire i problemi suddetti, dall’altro per fare in modo che gli stessi facciano un uso ottimale dei beni loro affidati, con evidenti vantaggi in termini di produttività, sia individuale che complessiva.

Un adeguato piano di formazione del personale, sui rischi connessi all’uso delle risorse tecnologiche e sui diritti e doveri di ciascuno, è certamente il modo migliore di prevenire possibili problemi.

Occorre inoltre considerare che l’interesse dell’azienda ad eseguire gli opportuni controlli deve necessariamente essere conciliato con il disposto dell’art. 4 della Legge 300/1970 (Statuto dei Lavoratori).

Sempre più spesso, accanto al marchio d’impresa, il nome di dominio viene considerato segno distintivo dell’attività esercitata, nonché elemento talmente importante, nel complesso universo della new economy, da giustificare anche l’istituzione di una procedura amministrativa d’urgenza per la riassegnazione del dominio che si ritenga detenuto illegittimamente.

Controversie miliardarie hanno già animato la scena italiana ed internazionale e neppure marchi famosi come Coca Cola e Adidas, o nomi importanti come Serena Grandi e Sofia Loren, sono scampati alla furia dei domain grabbers, i predatori dei nomi di dominio.

Ogni azienda, professionista o istituzione gestisce quotidianamente dati personali di clienti, potenziali clienti, dipendenti  o aspiranti tali, fornitori, agenti e rappresentanti, consulenti e collaboratori, ecc.

Tali trattamenti sono disciplinati dal D.Lgs. 196/2003 (Codice della Privacy), che ha sostituito la legge 31.12.1996, n. 675, e comportano il rispetto di numerose prescrizioni: informativa all’interessato, acquisizione del consenso, nomina dei responsabili del trattamento, nomina degli incaricati del trattamento, aggiornamento periodico e conservazione dei dati, formazione del personale, ecc.

La Legge 241/1990 ha posto in capo alla Pubblica Amministrazione precisi doveri in relazione alla possibilità, per il cittadino che abbia un interesse giuridicamente rilevante da tutelare, di accedere agli atti di procedimenti amministrativi che lo riguardano, direttamente o indirettamente. Tale diritto, tuttavia, si scontra con l’analogo e contrapposto diritto alla riservatezza degli altri soggetti interessati dal medesimo procedimento, tutelato dal citato D.Lgs. 196/03, e con le esigenze di riservatezza e di segretezza che la Pubblica Amministrazione ha o può avere in relazione a determinati procedimenti o a determinati periodi storici.

E’ quindi necessario procedere al bilanciamento dei rispettivi interessi, attraverso la valutazione dell’effettivo impatto della divulgazione delle informazioni rispetto all’esigenza che essere vengano invece tenute riservate.

Che l’azienda sia pubblica o privata, necessariamente dovrà confrontarsi con tali problemi, in qualità di gestore del patrimonio informativo, in qualità di soggetto da tutelare ovvero in qualità di soggetto che abbia interesse ad accedere alle informazioni.

Il D.Lgs. 196/03 ha inoltre imposto l’obbligo, per istituzioni ed aziende, di adeguare le misure minime di sicurezza per il trattamento dei dati personali alle prescrizioni contenute nell’allegato B entro il 30 giugno 2004, con l’obbligo di procedere annualmente, entro il 31 marzo, alla revisione delle misure e all’aggiornamento del documento.

La mancata o insufficiente adozione delle misure di sicurezza comporta l’applicazione delle sanzioni penali previste dalla norma e il risarcimento ai sensi dell’art. 2050 c.c. nei confronti dei soggetti eventualmente danneggiati dal comportamento omissivo.

Con il riconoscimento normativo del documento informatico  ad opera della Legge 15 marzo 1997, n. 59, art. 15, e grazie alla possibilità di garantire l’integrità e l’autenticità di tali documenti per mezzo del procedimento denominato “firma digitale”, ogni atto, contratto o documento può essere ora redatto esclusivamente su supporto informatico. Ciò comporta per privati, aziende ed istituzioni la possibilità di stipulare contratti e instaurare rapporti anche con soggetti distanti migliaia di chilometri, ed apre mercati ed opportunità fino a qualche anno fa impensabili.

Per questo, la redazione di ogni contratto, in particolare di ogni accordo B2B, può integrare l’utilizzo di strumenti informatici e telematici e, grazie alla firma digitale, dare validità giuridica ad ogni comunicazione o transazione.

Sempre più dipendenti operano con elaboratori elettronici ed apparati hi-tech, per i quali occorrono competenze particolari e percorsi formativi specifici. Risulta quantomeno difficoltoso procedere ad un corretto inquadramento di tali elementi all’interno dell’organizzazione aziendale, in quanto incaricati di mansioni e compiti spesso non riconducibili ad alcuna categoria professionale o impiegatizia.

E’ quindi necessario procedere alla stipula di contratti personalizzati, che tengano conto delle norme in materia e delle specifiche competenze e mansioni di ogni dipendente, collaboratore, ecc.

Le anzidette situazioni richiedono, per essere affrontate serenamente, un indispensabile bagaglio culturale, informatico e giuridico, che è rinvenibile solo in pochi esperti del settore, che, peraltro, devono aver compiuto un insolito percorso formativo, pervenendo agli studi giuridici e alla professione forense dopo essersi per anni cimentati con l’attività propria degli informatici.

L’analisi e la risoluzione delle problematiche connesse all’Internet, alla New Economy e all’Information Technology, richiedono, infatti, un’interpretazione diversa dal solito della la professione forense, anche attraverso un più ampio ricorso alle tecnologie informatiche e telematiche, delle quali, prima che utilizzatore, il giurista deve essere un profondo conoscitore.

La presenza su Internet e il contatto con il mondo universitario e con quello imprenditoriale sono indispensabili per essere costantemente aggiornati sull’evoluzione dottrinale, normativa e giurisprudenziale del diritto delle tecnologie e dell’informatica giuridica. Al tempo stesso è necessario vivere la realtà aziendale, all’interno della quale applicare concretamente le norme vigenti, dare soluzione ai problemi che si manifestano, svolgere attività di prevenzione di situazioni potenzialmente dannose e integrare la formazione professionale di dirigenti e dipendenti.

Sempre più irrinunciabile, infine, risulta la collaborazione con realtà professionali diverse, operanti anche in campo internazionale, alle quali appoggiarsi per l’erogazione di prestazioni a carattere interdisciplinare.

Professionisti nuovi, insomma, o quantomeno pesantemente “ristrutturati”, che sappiano fronteggiare le nuove sfide della net-economy e delle nuove tecnologie con il dovuto coraggio e con la necessaria consapevolezza che dalla loro attività dipende parte della “salute” dei propri clienti.

Gianluca Pomante

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