Internet, che confusione

Alcune fonti raccontano che la rete delle reti nacque negli anni 60, da un progetto militare che avrebbe dovuto garantire la connessione tra strutture strategiche anche in caso di guerra atomica. L’obiettivo era quello di realizzare una infrastruttura in grado di comunicare in ogni condizione.

C’è anche chi sostiene vi fosse una destinazione esclusivamente civile del progetto iniziale, ugualmente apprezzabile, che non toglie valore al risultato finale. Di certo fu progettata e realizzata basando la trasmissione dei dati sul principio della commutazione di pacchetto, che ne caratterizza ancora oggi il funzionamento.

In pratica, il messaggio viene spezzato in più parti, chiamate pacchetti, cui viene attribuita una intestazione autonoma, contenente l’indirizzo elettronico del destinatario. Ciascun pacchetto può prendere una strada diversa per raggiungere la destinazione, ed è indipendente dagli altri, salvo riunirsi all’arrivo per ricomporre il messaggio originale.

E’ questo l’elemento che ne fa uno strumento di comunicazione eccezionale, perchè se il pacchetto prende la strada sbagliata o trova un qualsiasi problema nella struttura di rete sulla quale sta transitando, può prendere un’altra strada, fino a passare, ad esempio, da New York, per andare da Milano a Roma.

Uno strumento nato, come già detto, per comunicare ad ogni costo e per tracciare ogni transazione, caratteristiche che si scontrano, oggi, con l’esigenza di riservatezza degli utenti e con l’intenzione dei governi di settorializzare la rete e disciplinarne i contenuti.

Da un lato, oggi Internet permette a chiunque di realizzare in formato elettronico qualsiasi idea o iniziativa, affiancando il mondo reale con un universo virtuale in cui diventare imprenditori o editori è quanto mai semplice e comporta costi certamente diversi e molto inferiori a quelli reali.

Dall’altro, le Forze dell’Ordine e la Magistratura (nonchè Servizi Segreti, Governi ed apparati militari), hanno l’esigenza di muoversi rapidamente ed efficacemente nella ricerca e nella lotta alla criminalità di ogni ordine e grado, trovando nella Rete un buon alleato (per la trasparenza che la caratterizza) ma al tempo stesso un avversario difficilmente controllabile (per la difficoltà di censurarne i contenuti o limitarne l’utilizzo ai soli fini leciti).

A ciò si aggiunga che, con il passare degli anni e la incisiva invasione delle tecnologie informatiche in casa (computer e consolle) e addosso alle persone (telefonini e palmari), ciò che inizialmente era considerato solo un lusso riservato a pochi, è diventato uno strumento quotidiano ed indispensabile di lavoro e svago, del quale difficilmente la collettività potrebbe oggi fare a meno e che potrebbe essere soppiantato, per molti usi, solo dal teletrasporto.

La rivoluzione informatica infatti, ha prima automatizzato il trattamento delle informazioni, e successivamente consentito di veicolarne praticamente ovunque vi sia un terminale collegato alla Rete, riuscendo a restituire alla gente comune, ad esempio, tramite la posta elettronica, la voglia di scrivere che era stata smarrita con la posta convenzionale, a vantaggio del telefono.

Chiunque può oggi scoprirsi a cercare tra la corrispondenza elettronica i messaggi degli amici e dei parenti, e comunque non potrebbe fare a meno delle informazioni e dei rapporti che tramite la Rete riesce ad avere, se non in tempo reale, comunque molto velocemente e molto efficacemente.

Chi riesce puntualmente a dissuadere imprenditori e pionieri del mondo Internet sembra essere il Legislatore, in particolare quello Italiano, che è solito promulgare leggi in contrasto con i più elementari principi della concorrenza e del mercato. Ed infatti, non di rado, viene richiamato all’ordine dalla giustizia comunitaria, ben più propensa a lasciare crescere il mondo di Internet autonomamente, limitandosi a regolamentare solo quegli aspetti che mettono effettivamente in pericolo la civile convivenza.

Ad esempio, nel settore della tutela della riservatezza dei dati personali, il Legislatore, dopo l’esperienza della Legge 675/1996, avrebbe dovuto varare un provvedimento più articolato nella forma, ma più snello nella sostanza. Nonostante gli auspici di semplificazione, il Codice della Privacy si è trasformato in una macchina infernale composta da oltre 180 articoli e vari allegati, che ha già prodotto ben tre proroghe, in meno di due anni, dei termini previsti per l’adozione delle nuove misure di sicurezza, gettando nello sconforto aziende e professionisti impegnati in prima linea in tale materia, e premiando i soliti furbi che attenderanno le prime sanzioni per adeguarsi frettolosamente, risparmiando, in ogni caso, gli ingenti costi della sicurezza, in danno degli utenti e dei clienti (come del resto avvenuto per anni in materia di sicurezza sul lavoro). Le prossime scadenze sono fissate per il 31 dicembre 2005 e per il 31 marzo 2006, ma è proprio il caso di non fare pronostici.

La legge sul diritto d’autore ha sostanzialmente equiparato il giovane appassionato di musica e cinema alle imprese clandestine che della copia hanno fatto un industria miliardaria. Ed il giro di vite  dato dal Decreto Urbani contro la Rete e i suoi navigatori ha scritto una ulteriore pagine di diritto contro la libertà di diffusione delle informazioni. Ma la circostanza più esilarante (conviene ridere per non piangere) è che da anni gli utenti italiani pagano la c.d. “tassa sulla copia privata” su ogni supporto di memorizzazione acquistato, che doveva compensare autori ed editori per le copie realizzate da ciascun cittadino privatamente, con i mezzi più disparati. Le recenti modifiche sembrano non tenere conto di tale norma, che oltre a vessare inutilmente i consumatori sta uccidendo il mercato dei supporti e meccanismi di memorizzazione, i cui costi sono sensibilmente più alti della media europea. Attenzione, inoltre, tanto per fare un esempio delle conseguenze della legge attualmente in vigore, ai lettori Mp3 che sempre più spesso si montano sui cruscotti delle auto, perchè correte il rischio di farvi sequestrare l’autovettura da qualche solerte tutore dell’ordine, se non avete i cd originali con voi, per dimostrare che si tratta di opera tratta da supporti legittimamente acquistati.

Ma il settore in cui davvero l’Italia sta dando il meglio di sè stessa, è quello del gioco. Uno Stato biscazziere, che autorizza casinò e promuove in ogni modo il gioco del Lotto e del SuperEnalotto (giochi d’azzardo per eccellenza, in cui l’alea è assoluta, non vi è limite per la puntata, ed è evidente il fine lucrativo) ma si ingegna, nel contempo, in ogni modo, per evitare che i suoi cittadini possano “rovinarsi” con i videogiochi, fino a cimentarsi, tramite i propri esponenti, in audaci crociate contro gli Internet Point.

Ancora una volta, a dare fastidio allo Stato Italiano è la Rete delle reti, simbolo di libertà e di autodeterminazione, che evidentemente, nonostante le tante polemiche, le nostre Istituzioni proprio non riescono a digerire.

Il cittadino può liberamente sperperare il proprio denaro con il gioco del Lotto, inseguendo un 53 a Venezia che sembrava disperso nella ruota della fortuna peggio di Indiana Jones nel deserto del Sahara, ma guai a frequentare, anche solo per vedere come funziona, il sito Internet di un Casinò on-line. Scattano i sequestri, si indagano gestori e clienti, si aprono fascicoli di procedimenti penali come se piovesse. Per poi scoprire che navigazione, se c’è stata, ha riguardato la sezione free-play, nella quale qualsiasi utente può liberamente divertirsi con il poker o con il black jack senza rischiare un centesimo, come farebbe con il poker inserito nella sezione giochi di Microsoft Windows.

Anzi, in proposito, non si comprende la ragione per la quale nessuna Procura abbia ancora effettuato alcun sequestro o aperto alcun fascicolo nei confronti della nota casa produttrice di software che integra nel proprio sistema operativo il gioco del poker, il quale, tra l’altro, consente di giocare sia da soli che in rete.

Alcune “teste dure” proprio non riescono a comprendere che un Internet point è solo un sistema di comunicazione disponibile al pubblico, al pari di una cabina telefonica. Così come non è possibile ritenere responsabile il gestore del locale con posto telefonico pubblico delle molestie sessuali poste in essere da un avventore nei confronti di una gentile signora di cui conosce il numero di telefono, così non dovrebbe essere indagato il gestore del locale se un cliente si collega ad un Casinò on the net o va a farsi un giro sul sito Tuttogratis e scarica qualche gioco con le carte. Anche perchè il Codice della Privacy di cui poc’anzi si parlava, impedisce qualsiasi controllo sull’attività del cliente, e solo la Magistratura potrebbe ordinare la registrazione o il monitoraggio del traffico generato, trattandosi di attività che può rivelare dati personali e sensibili dell’occasionale utente.

Chissà perchè, tale concetto, quantomeno banale, fatica ad essere metabolizzato da solerti tutori dell’ordine (solo da alcuni, per la verità) che, evidentemente, non comprendono che l’attività posta in essere con un Internet Point è identica a quella espletabile da qualsiasi computer di casa o d’ufficio. Il professionista consulta la posta elettronica, altri leggono le news, il giovane studente gioca al deathmatch con amici di ogni parte del mondo, l’universitario chatta con la fidanzata, l’operaio in cerca di un passatempo prima di tornare al lavoro fa zapping tra i siti come lo farebbe tra i canali della Tv.

Alcuni procedimenti, in Italia, hanno equiparato gli Internet Point, in sede di formulazione della notizia di reato, ai videopoker, sostenendo che la capacità di connettersi ad un casinò on line li assoggetta alla disciplina dell’art. 110 Tulps del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza.

Peccato che non si tratti di apparecchi automatici, semiautomatici o elettronici da intrattenimento o da gioco di abilità, ma di strumenti di comunicazione già da tempo inquadrati dal Legislatore, e che la relativa infrastruttura sia un’opera di urbanizzazione primaria.

Sarà interessante, inoltre, vedere come avverrà l’acquisizione dei dati da parte della Procura competente, dato che gli Internet Point, per ragioni di riservatezza di cui si parlava poc’anzi, devono essere, in Italia, necessariamente configurati per cancellare i dati degli utenti al termine della navigazione (altrimenti l’utente successivo potrebbe acquisire informazioni sulla navigazione effettuata dal precedente, e ciò violerebbe le norme contenute nel D.Lgs. 196/2003). Per tale ragione, l’acquisizione dei dati relativi al giocatore e all’attività effettivamente compiuta sul casinò (necessaria ai fini dell’eventuale accertamento del reato, dato che è la Procura a dover dimostrare che stava giocando con finalità lucrativa e non semplicemente curiosando sul sito e giocando nella sezione free play) dovrà essere effettuata presso il provider che materialmente ospita il sito, con tutti problemi connessi alla rogatoria internazionale ed ai tempi minimi di prescrizione del reato, di natura contravvenzionale (tre anni, per il 110 Tulps, quattro anni e mezzo per il 718 c.p.). Ammesso che l’efficientissima macchina della giustizia riesca ad acquisire tali dati in tempo utile per giungere al dibattimento, dovrà dimostrarsi che il gestore era a conoscenza dell’attività svolta dal giocatore (accertamento che gli è precluso dalla legge sulla privacy).

In sostanza, coinvolgere il gestore in un procedimento penale avente ad oggetto l’attività svolta da un utente con l’Internet Point equivale ad indagare il legale rappresentante della Società Autostrade perchè i conducenti superano i limiti di velocità.

Ma non finisce qui… diceva il buon Corrado. Si attende il sequestro del primo telefonino collegato ad un gioco con le carte tramite ponte radio, di cui sono pieni i siti dedicati ai cellulari (ma anche nei confronti di questi ultimi, nessuna Procura ha ancora aperto alcun fascicolo, chissà perchè), da parte dell’agente che, passando per caso dietro il “criminale” che sta utilizzando il proprio radiomobile, potrebbe vedere cosa sta facendo. Ma in tal caso, prevarrebbe o no il diritto alla riservatezza? E se si trattasse di un casino on line (perfettamente raggiungibile anche dai cellulari), dovrebbe o no essere indagato per gioco d’azzardo il legale rappresentante della Società che eroga il servizio di telefonia mobile, per aver consentito il collegamento?

Gianluca Pomante

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