Videosorveglianza e funzioni istituzionali

Del provvedimento generale sulla videosorveglianza, emanato dall’Autorità Garante per la Privacy in data 29 aprile 2004, si è a lungo discusso in tutte le sedi, istituzionali e non, incentrando l’attenzione soprattutto sulla videosorveglianza in ambito bancario, settore all’avanguardia nei sistemi di rilevamento e memorizzazione audiovisiva, per l’evidente esigenza di sicurezza insita nell’attività svolta.

Da qualche tempo, tuttavia, l’interesse verso i sistemi di videosorveglianza sta crescendo anche in ambiti diversi da quello bancario e finanziario, da un lato per la crescente esigenza di sicurezza manifestat dai cittadini, quale effetto collaterale della crescente tensione internazionale legata ai fenomeni della criminalità organizzata e del terrorismo islamico, dall’altro, per l’evoluzione tecnologica, soprattutto in ambito software, che negli ultimi anni si è avuta nel settore e che ha consentito di realizzare applicazioni fino a qualche anno fa presenti solo nelle puntate di Star Trek.

Accade quindi sempre più spesso di vedere installati dei varchi elettronici per la disciplina dell’accesso ai centri storici o alle zone a traffico limitato da parte dei comuni, o di notare l’installazione di nuovi apparati di rilevamento in zone ad alta densità di traffico o lungo strade a scorrimento veloce, per il controllo del traffico o per il soccorso delle eventuali auto in panne che potrebbero creare pericolo per la circolazione.

Alcuni Enti Locali, tuttavia, probabilmente affascinati dalle potenzialità del mezzo tecnologico, hanno provocato l’intervento dell’Autorità Garante per la Privacy a causa di installazioni non proprio in linea con le funzioni istituzionali richiamate dalla normativa di riferimento.

Innanzitutto, nel rispetto dei principi generali di liceità, correttezza, necessità e proporzionalità del trattamento, i soggetti pubblici che decidono di dotarsi di un sistema di rilevamento mediante telecamere, devono valutare se il tipo di attività da svolgere rientra tra le funzioni istituzionali, poiché tale è il richiamo contenuto dal provvedimento generale del 29 aprile 2004.

Inoltre, è opportuno tenere sempre a mente che un soggetto pubblico può effettuare attività di videosorveglianza solo individuando con esattezza le finalità perseguite, senza poter richiamare genericamente presunte finalità di prevenzione e accertamento dei reati che competono esclusivamente all’Autorità Giudiziaria e alle forze di polizia.

E’ opportuno esaminare un caso pratico. Il Comune che intenda sottoporre a sorveglianza i propri edifici ed effettuare il controllo del traffico locale, delegando all’uopo la Polizia Municipale, si trova senz’altro in una condizione di liceità del trattamento, a patto di ottemperare all’obbligo di rendere l’informativa prevista dalla legge, seppure in forma semplificata. Dall’obbligo di acquisire il consenso, il soggetto pubblico è espressamente escluso dal già citato provvedimento generale, in ossequio ai principi del D.Lgs. 196/2003.

Può essere quindi attivato un sistema di rilevazione degli eccessi di velocità, o del passaggio con semaforo giallo o rosso, che generi la contestazione di infrazione. Del pari, lo stesso sistema può essere utilizzato per verificare il regolare scorrimento del traffico e l’eventuale sosta in zona vietata o pericolosa, sia per un eventuale intervento immediato, sia per l’applicazione delle relative sanzioni, ove necessario.

Il medesimo ragionamento può essere fatto per una Provincia che installi dei sistemi di videosorveglianza a tutela del proprio patrimonio immobiliare o per effettuare il censimento di animali selvatici. Ovvero che persegua come fine la rilevazione di focolai di incendio nei boschi piuttosto che la prevenzione dello scarico abusivo di materiale inquinante in aree protette.

Nel momento in cui, però, il Comune o la Provincia pretendessero di perseguire finalità di tutela dell’ordine pubblico o della pubblica sicurezza, valicherebbero le funzioni istituzionali previste dall’Ordinamento e procederebbero ad un trattamento illecito di dati personali.

Peraltro, anche quando il soggetto è realmente titolare di un compito attribuito dalla legge in materia di sicurezza pubblica o di accertamento, prevenzione e repressione di reati, per procedere ad una videosorveglianza di soggetti identificabili deve ricorrere un’esigenza effettiva e proporzionata di prevenzione o repressione di pericoli concreti e specifici di lesione di un bene giuridicamente rilevante. Come esempio possono essere citate particolari zone a rischio, come le immediate vicinanze di banche o gioiellerie, stazioni ferroviarie o metropolitane, ovvero le sedi istituzionali di Questura, Prefettura ed altre strutture sensibili come chiese e luoghi di culto. Ma non potrebbero essere messi sotto controllo interi quartieri o intere città solo per garantire una teorica sicurezza al cittadino.

Non risulta quindi lecito procedere, senza le corrette valutazioni richiamate in premessa, ad una videosorveglianza capillare di intere aree cittadine “cablate”, riprese integralmente e costantemente e senza adeguate esigenze.

Ciò che invece appare eccessivo, da parte dell’Autorità Garante, e non è giustificato da reali esigenze di tutela (troppo spesso il Garante si preoccupa di tutelare i cittadini e dimentica che ci sono anche i delinquenti), è il divieto di centralizzare i flussi di dati presso una sola centrale operativa, che potrebbe consentire di registrare un numero elevato di dati personali e ricostruire interi percorsi effettuati in un determinato arco di tempo.

Ebbene, a prescindere dall’utilità di un simile sistema nel caso di attentati terroristici come quelli cui siamo purtroppo abituati da qualche tempo, è assurdo pretendere che le strutture pubbliche non sfruttino una sinergia volta a garantire un risparmio di costi e la condivisione di risorse per svolgere ciascuno la propria funzione. Il precetto, peraltro, in tal senso, è contrario anche ai tagli operati dal Governo nei confronti delle Istituzioni Locali e volti a garantire un effettiva ottimizzazione delle risorse disponibili sul territorio.

Appare evidente come sia preferibile un “sistema città” (o “rete civica”), utilizzato da Prefettura, Questura, Comune e Provincia, congiuntamente, ciascuno per le proprie funzioni istituzionali, piuttosto che un proliferare di sistemi autonomi, ugualmente passibili di utilizzo illecito (è l’uomo che commette l’illecito, non l’apparato) ma paradossalmente ridondanti ed inutili nella maggior parte dei casi, con inaccettabile polverizzazione delle risorse, sia in termini economici che di efficienza ed efficacia dell’apparato. Uno spreco ingiustificato che non porterebbe ad alcun risultato pratico, anche in termini di riservatezza.

Un sistema integrato di gestione centralizzata è invece preferibile a qualsiasi altro sistema perché consente un reale miglioramento della qualità della vita del cittadino, a discapito dei soli soggetti propensi a delinquere e a non rispettare le regole della civile convivenza. Una telecamera di videosorveglianza della Prefettura, infatti, potrebbe consentire di dare l’allarme per una persona che si è sentita male nel suo raggio d’azione, ed il collegamento con stazioni intelligenti o colonnine SOS, potrebbe permettere alla centrale operativa comune di allertare nel più breve tempo possibile il servizio di pronto soccorso.

Del pari, un evento criminoso rilevato da una telecamera utilizzata per la prevenzione incendi, potrebbe garantire alle Forze dell’Ordine di intervenire prontamente sul posto e scongiurare o limitare le conseguenze dell’azione delittuosa. Ma tali utilizzi sono possibili solo se la centrale operativa è comune, mentre tutto diventa più difficoltoso se ciascun soggetto pubblico ha il proprio sistema, la propria centrale ed i propri apparati e deve comunicare all’altro le situazioni che non gli competono, ammesso che i dati siano poi utilizzabili in giudizio, dato che sarebbero raccolti in violazione di legge. Senza contare l’impossibilità di interoperare a causa dell’incompatibilità dei sistemi, e senza contare, soprattutto, la moltiplicazione dei costi a carico della collettività.

Insomma, ben venga l’attività del Garante a tutela dei cittadini, ma se incentrasse di più l’attenzione sugli utilizzi illeciti reali più che su quelli potenziali, e sull’attività umana piuttosto che sulle tecnologie, ne gioverebbe l’intero sistema e, soprattutto, la collettività.

Gianluca Pomante

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