Riservatezza e tecnologie

Nel 1996 il Legislatore Italiano, sulla scia di quello Europeo, decideva di accordare tutela ai dati personali di ciascun cittadino rispetto al trattamento operato da terzi, ritenendo che la crescente informatizzazione del mondo occidentale e, soprattutto, la creazione di enormi database per la registrazione delle più comuni attività quotidiane, avrebbe presto consentito di tracciare il comportamento degli utenti di qualsiasi servizio, crearne profili commerciali e psicologici, ricostruirne gli spostamenti in qualsiasi momento.

In tale direzione proseguiva anche l’evoluzione della vecchia Legge 675/96, dalla cui esperienza è nato il nuovo D.Lgs. 196/2003 attualmente in vigore.

Tuttavia, nonostante i periodici interventi del Garante (per la verità non sempre coerenti), non sembra che l’obiettivo di tutelare la riservatezza dei cittadini sia stato raggiunto, ed anzi, dietro un formale rispetto della legge, non di rado informative e consensi (spesso talmente confusi e complessi da non sembrare frutto del caso) ottengono il risultato di autorizzare qualsiasi tipo di trattamento.

Mentre alcune realtà imprenditoriali ed istituzionali hanno correttamente interpretato la normativa sulla riservatezza come una risorsa che permette di ottimizzare la gestione dei flussi di dati sul luogo di lavoro, per altri soggetti, più spregiudicati, l’occasione è stata ghiotta per acquisire dati ed informazioni da utilizzare e cedere a terzi.

E’ ormai possibile, per qualsiasi supermercato, tracciare i consumi di ogni possessore di carta fedeltà, fino a tracciarne un profilo non solo della propensione al consumo, ma delle concrete abitudini di vita. Tali dati posso essere aggregati con altri della stessa natura, o anche provenienti da database diversi, al fine di creare un profilo completo dell’interessato, che va ben oltre la semplice propensione al consumo. Per questa ragione sono nate e si sono specializzate società che operano esclusivamente al fine di aggregare dati, tracciare profili e rivenderli alle società commerciali, che ne faranno ovviamente un uso fortemente finalizzato ed invadente

Sempre più spesso, e nonostante le raccomandazioni del Garante, utenti distratti sottoscrivono consenti estesi ad ogni tipo di trattamento, anche dopo il termine del rapporto, favorendo tale attività e tale mercato..

Se da un lato sarebbe necessaria maggiore dinamicità da parte dell’Autorità, attraverso controlli più capillari e procedimenti sanzionatori più rapidi, dall’altro non guasterebbe una maggiore attenzione da parte del cittadino. Si sta verificando, con informative e consensi, quanto in passato accadeva con la vendita aggressiva di beni e servizi al di fuori dei locali commerciali. L’introduzione del diritto di recesso nell’Ordinamento Italiano ha fortemente ridotto la possibilità di far ricorso ad ogni tipo di pressione, anche psicologica, per ottenere la sottoscrizione di un contratto, poiché è possibile per il consumatore esercitare il c.d. “diritto di ripensamento” nei termini previsti dalla norma. Ebbene, è il caso di evidenziare che tale diritto esiste fin dalla Legge 675/96 in relazione al trattamento di dati personali, poiché in ogni momento e per motivi legittimi, l’interessato può opporsi alla loro gestione ai sensi dell’art. 7, D.Lgs. 196/2003. E’ quindi sufficiente formalizzare, tramite una semplice raccomandata a.r. indirizzata al titolare, una richiesta di cessazione del trattamento e cancellazione dei dati, per poter successivamente chiedere l’intervento dell’Autorità – in caso di mancato rispetto della diffida – ed agire in giudizio per il risarcimento, ove vi sia stato anche solo un disagio economicamente apprezzabile.

Attraverso una specifica richiesta, è anche possibile sapere a quali altri soggetti i dati sono stati ceduti, così da ripercorrere l’intera catena di cessioni e procedere alle ulteriori richieste di cancellazione. Manca solo la consapevolezza da parte dei cittadini, ben più lenti delle imprese spregiudicate a prendere nota dei loro diritti.

Gianluca Pomante

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