Emozioni

Le tecnologie hanno ormai pervaso ogni aspetto della nostra cultura e delle nostre abitudini, e ciò non può dipendere solo dalla comodità di essere sempre connessi ma, probabilmente, da qualcosa di più profondo e sottile, legato alle emozioni che grazie ad esse è possibile provare.

Quando in passato, un padre di famiglia, era costretto a passare giorni e giorni lontano da casa, per motivi di lavoro, la gestione delle emozioni era diversa, ed era indissolubilmente legata alla carta da lettere. Che per molti, soprattutto nel dopoguerra, era un nuovo campo di battaglia, in cui cimentarsi tra la capacità di tenere la penna e quella di dominare pensieri e parole, in improbabili volteggi tra congiuntivi e condizionali.

Quelle lettere, scritte con passione ed altrettanta difficoltà nel dominare la sintassi e la grammatica, facevano attendere il postino con trepidazione e, in un periodo in cui non si aveva timore di aprir la porta, ad offrirgli un caffè il giorno in cui le recapitava. Occhi attenti traevano, da una scrittura tremolante e difficile da interpretare, lacrime e sorrisi.

Non si poteva alzar la voce, nè era d’uopo lanciare accuse o litigare. Le lettere servivano soprattutto per scambiarsi affetto e amore.

Poi il telefono ha cambiato il mondo, ed ha avvicinato i continenti: si poteva parlare attraverso una cornetta e sentire la voce amata. Per anni, chi aveva già avuto poca dimestichezza con carta e penna, ha avuto timore, o semplicemente provato vergogna, mista a disagio, nel parlare con una scatoletta.

Non c’era più necessità di scrivere ed attendere giorni, se non settimane, per avere notizie della persona distante. Bastava alzare il telefono e comporre il numero. L’unico inconveniente poteva esser quello di non trovarla in casa. Ma si poteva riprovare o lasciare un messaggio in segreteria.

Finchè un giorno, alcuni ragazzi, che avevano perso la testa per l’informatica, anzichè per la compagna di classe più carina, iniziarono ad utilizzare le linee telefoniche per scambiarsi messaggi e non parole, dando il via alla telematica e alla posta elettronica.

E l’uomo tornò a scrivere, a trasmettere lettere come tanti anni prima, ma con la rapidità delle telefonate ed il vantaggio di poter lasciare il messaggio nella casella di posta elettronica, se il destinatario era assente. Era più difficile trasmettere emozioni, perchè mancava la calligrafia, ma le emoticon (le icone emotive, le faccine disegnate con la punteggiatura ;-)) permettevano comunque di dare un tono al messaggio.

Oggi siamo sempre connessi, sempre on line: possiamo essere contattati telefonicamente in ogni momento, dato che abbiamo il telefono cellulare, e ricevere la posta in modalità “push” senza attendere di collegarci, perchè ci perviene automaticamente sul dispositivo che utilizziamo.

Comunichiamo in tempo reale, riscoprendo nomi e ricordi che avevamo dimenticato, grazie ai social network. Quanti nomi abbiamo associato a volti, grazie alle foto del profilo e alle etichette (tag), e quanti compagni di scuola abbiamo ritrovato, dopo averne perse le tracce per gli innumerevoli bivi della vita che li avevano portati lontani.

Qualcuno si fa prendere perfino dall’euforia di raccontare i fatti propri, dimenticando di essere in un ambiente pubblico. O dalla fretta di commentare negativamente le performance del proprio superiore, senza ricordarsi che fa parte della stessa cerchia di conoscenti ai quali sta inviando il messaggio.

Altri utilizzano Internet per sfogarsi, gridare (basta scrivere in maiuscolo), esprimere sentimenti che non avrebbero mai avuto il coraggio di palesare nella vita reale. A volte con conseguenze decisamente pesanti per le relazioni interpersonali; o per le finanze, se occorre nominare un Avvocato per difendersi.

Vivere connessi è comodo ed entusiasmante, ma le tecnologie hanno “travolto” più che “coinvolto” la maggioranza delle persone, per cui sarebbe opportuno fermarsi un attimo a riflettere, prima di premere il tasto “invio”. Soprattutto i ragazzi, nel diffondere i video delle loro performance, dovrebbero pensare alla difficoltà di recuperare le informazioni immesse in rete. Pubblicare il video della gara di ballo o della gita, durante la quale ci si è esibiti sul cubo, in perizoma leopardato, sarà anche figo, al momento, ma potrebbe essere difficile da spiegare, tra vent’anni, ai propri figli, o ai propri elettori, o ai propri dipendenti. Distruggere per sempre una reputazione, oggi, è estremamente facile. La velocità con cui si diffonde l’informazione nel ciberspazio è direttamente proporzionale alla difficoltà di recuperarla e cancellarla.

Gianluca Pomante

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