La fine del mondo

Caro Lettore, sono le ore 18:00 del 21.12.2012, ed il mondo è ancora qui, con il traffico caotico di Roma e le nevicate copiose sul Gran Sasso d’Italia.

Se martedì leggeremo quest’articolo, vorrà dire che almeno Lei ed io, insieme alla redazione ed alla tipografia che stampa il quotidiano, ai distributori ed alle edicole che ne garantiscono la diffusione, siamo sopravvissuti. Per gli altri, la certezza verrà dall’osservazione pratica.

A parte gli scherzi, amico mio, Si guardi intorno. Nelle vetrine dei negozi, in autogrill, nelle librerie, ed ovunque vi sia un qualsiasi prodotto comunque collegato alla “fine del mondo”, potrà notare come, da circa due anni, l’industria del marketing abbia preso d’assalto il 21 dicembre 2012, promuovendo film, libri, trasmissioni televisive, prodotti di vario genere, semplicemente facendo affidamento sulla curiosità ed apprensione che, inevitabilmente, un simile argomento suscita nella collettività.

Al di là delle manifestazioni di psicosi collettiva di alcuni gruppi isolati, la “fine del mondo” è stata presa, dalla maggior parte dei consumatori, come un argomento da approfondire, sia per diletto (visionando film come “2012”, “The day after tomorrow”, “Armageddon”, ecc.), sia per cultura personale (mostre sui maya e sul calendario che annuncerebbe la fine del mondo, saggi e testi, trasmissioni televisive, documentari, ecc.)

L’unica certezza, in tale dispiegamento di forze, gli incassi legati al business del catastrofismo, che hanno probabilmente danneggiato solo i promotori di polizze vita.

Chi, come me, è “…nel mezzo del cammin di nostra vita…”, non avrà dimenticato il “Millenium Bug”, che, alla fine degli anni ’90, mise duramente alla prova i nervi di chi, a qualsiasi titolo, aveva a che fare con qualcosa di “informatico” che avrebbe potuto risentire delle conseguenze del passaggio al nuovo millennio.

Il “millenium bug” era originato dall’utilizzo, nella maggior parte dei sistemi informatici dell’epoca, della data espressa con sei cifre anziché con otto, come avviene attualmente (21.12.12 anzichè 21.12.2012).

Il passaggio dal fatidico 31.12.99 al successivo 01.01.00 avrebbe potuto, secondo alcuni esperti, mandare in tilt la logica dei computer e provocare conseguenze imprevedibili.

Si arrivò addirittura ad ipotizzare un ecatombe di cardiopatici, poiché nessuno sapeva come avrebbero reagito i pacemaker con il passaggio al nuovo millennio.

Migliaia di testi furono immessi sul mercato e avidamente acquistati dai consumatori; un business miliardario alimentò per alcuni anni, dal ’97 in poi, il mercato dell’informatica, grazie a sostituzioni anticipate ed interventi su hardware e software finalizzati a mettere in sicurezza i sistemi.

Alcuni computer non aggiornati, effettivamente, a seguito di una banale operazione aritmetica, indicarono come scaduti da 99 anni dei prodotti alimentari immessi sul mercato nel 1999 con data di scadenza ad un anno, cioè nel 2000. Ma, nella maggior parte dei casi, anche i computer più datati passarono al nuovo millennio senza problemi.

Negli anni a venire, si ipotizzò perfino che l’onda emozionale conseguente alla teoria del “millenium bug” fosse stata cavalcata ad arte dalle società di marketing per indurre un consumo sfrenato di beni che, altrimenti, sarebbero stati accolti con timidezza dal mercato, e per testare la reazione di una collettività, ormai globalizzata, messa di fronte ad una problema di dimensioni planetarie.

Negli anni successivi, alla diffusione di notizie su pandemie rivelatesi meno letali delle influenze stagionali, e alla conseguente vendita di milioni di vaccini, è stata probabilmente applicata la stessa teoria economica.

Con la fine del mondo si è ripercorso lo stesso copione, che proprio in queste ore sta rivelando con i fatti la sua futilità. L’esperimento, però, ancora una volta è riuscito. Grazie al fortissimo potere diffusivo di Internet e dei social network, il messaggio della fine del mondo è rimbalzato ovunque, potenziando il suo potere intimidatorio; il mondo intero si è emozionato e ha speso ciò che poteva per soddisfare curiosità e paure, forti elementi di traino di economie altrimenti inesistenti. Come spesso accade nel mondo ipertecnologico in cui viviamo, alcuni hanno creato e soddisfatto un bisogno che nessuno degli altri avrebbe mai pensato di dover soddisfare.

Gianluca Pomante

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