Tecnologiche inutilità

Quando le nuove tecnologie sono una passione, si è portati a giustificarne la presenza e l’uso in ogni condizione e situazione. Può quindi succedere che moglie e marito si confrontino su un social network, l’una collegata dalla stanza da letto, l’altro dal salone della medesima abitazione.

A chi è meno integralista, càpita invece di imbattersi in tecnologie di cui non si comprende l’utilità, o addirittura si riescono ad intravedere le sole caratteristiche negative, come se chi l’avesse progettate si fosse concentrato sul disagio che avrebbero generato e non sui vantaggi.

Nei primi anni del nuovo millennio Alan Cooper scrisse un testo dal titolo “Disagio Tecnologico”, in cui rappresentava le difficoltà introdotte nella vita moderna da strumenti dei quali non è stato sufficientemente studiato l’impatto sulla gente comune. E citava il caso delle fotocamere che misurano la carica della batteria prima di scattare una foto, determinando un ritardo nell’operazione che suscita la perplessità dell’operatore, il quale, nel tentativo di comprendere cosa stia succedendo, abbassa la fotocamera proprio nel momento in cui il microprocessore invia il comando all’otturatore, realizzando una splendida riproduzione delle sue scarpe.

Sorridere allo stesso modo è facile quando l’autovettura ci avverte che è terminata l’acqua dei tergicristalli. Peccato che, a parte fenomeni improvvisi di repentina evaporazione nel deserto del Sahara, si presenti il problema proprio perchè la stiamo utilizzando e smette di venir fuori dagli spruzzatori.

O quando il cellulare ci avvisa che si sta spegnendo, ma solo dieci secondi prima che ciò accada, e senza lasciarci alcuna alternativa, se non quella di subire con frustrazione l’evento.

E che dire dell’informatizzazione degli Uffici, grazie alla quale è possibile sentirsi chiedere di inviare per posta elettronica certificata un documento, dopo aver acquisito presso l’Ufficio competente il relativo numero di protocollo? O vedere un impiegato che stampa una e-mail per protocollarla ed archiviarla? O sentirsi chiedere di tornare per portare una marca da bollo, quando sarebbe sufficiente dotare l’ufficio di un lettore di carte di pagamento?

Alle Poste, in passato era possibile presentare un gruppo di raccomandate accompagnate da una distinta già compilata, su cui farsi apporre un solo timbro ed andar via. L’avvento dei computer avrebbe dovuto semplificare il lavoro d’ufficio. Ha invece complicato quello allo sportello. Oggi per ciascuna raccomandata occorre compilare una ricevuta ed attendere il passaggio nella stampante e la lettura del codice a barre per il tracciamento della spedizione. Con tempi decuplicati.

Nell’acquisto di bici elettriche, sarebbe interessante poter contare su stazioni di ricarica alimentate da pannelli solari, poichè sarebbe esilarante appurare di doverlo fare da prese di corrente prodotta con l’uso di combustibili fossili.

Un po’ come se dovessimo scoprire che la maggior parte delle telecamere di sorveglianza sono in realtà dei semplici deterrenti, perchè prive di risoluzione adeguata ad identificare una persona, o di illuminatori ad infrarossi, necessari per utilizzarle proficuamente di notte.

A cosa servono i parchimetri, quando si potrebbe pagare il parcheggio con il cellulare, semplicemente inviando un SMS ad un numero verde, con la targa della vettura? Il sistema informativo potrebbe indicare all’ausiliario del traffico, direttamente sul palmare, se la vettura ha assolto il pagamento.

Insomma, tante tecnologie inutili, tante altre utilizzate male. I primi informatici e gli stessi hacker d’America, negli anni 50, auspicavano che le tecnologie venissero messe al servizio dell’umanità, per dare a tutti la possibilità di sbrigare, in poco tempo, operazioni complesse, realizzabili altrimenti con molte ore o addirittura giorni di lavoro; ciò avrebbe dovuto consentire all’uomo di affrancarsi dalle fatiche quotidiane per avere più tempo libero. E’ accaduto esattamente il contrario: l’accelerazione data alla produttività ha portato il cittadino comune a realizzare, in una giornata di lavoro, ciò che prima ne richiedeva diverse, ma senza ridurre l’impegno complessivo, moltiplicando così solo lo stress, e non il tempo libero o la semplicità d’uso. Per non parlare degli apparati di comunicazione mobile, cui va il merito di aver azzerato le distanze, ma anche la responsabilità della continua reperibilità degli individui, senza pause e senza limiti.

Ne è scaturita una società caotica, che vive accelerata, nella quale la tecnologia è considerata sinonimo di benessere ma, in realtà, è una delle maggiori responsabili della crescente propensione alle psicopatologie.

Auspicabile un più diffuso utilizzo del tasto OFF, per disattivare i dispositivi quando non servono o quando semplicemente “rompono”, ed un uso più razionale della tecnologia davvero utile.

Gianluca Pomante

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