Hardware e software

I nativi digitali, cioè i ragazzi nati dopo l’evoluzione tecnologica che ha portato all’attuale rapporto con l’informatica ed Internet, danno per scontate molte cose che non lo erano affatto “solo” negli anni ’80.

Fu in quegli anni che la c.d. “alfabetizzazione informatica” iniziò a mietere le proprie vittime tra dipendenti ed impiegati, abituati ad avere a che fare con macchine da scrivere, carta carbone e pesanti registri polverosi sui quali annotare diligentemente le informazioni necessarie per lavorare.

Da un giorno all’altro, come fosse naturale, trovarono “l’intruso” installato nel loro ufficio, da tecnici che parlavano una lingua apparentemente simile a quella dei comuni mortali, ma fatta di termini incomprensibili: “Guardi, per fare il bootstrap del suo computer è sufficiente premere il tasto on, attendere che il microchip legga il bios e faccia l’upload sulla ram del sistema operativo. Quando windows sarà avviato, potrà utilizzare word per scrivere o excel per fare i conti, facendo click con il mouse sulle rispettive icone del desktop”.

Qualcuno chiese di ripetere più volte quei concetti per prendere appunti. In quel periodo si ebbe una crescita esponenziale delle depressioni e delle crisi di panico, e fu necessario qualche anno di adattamento per capire che, accendendo il computer, i componenti elettronici (il microprocessore, in particolare) utilizzavano le informazioni di base contenute in una memoria permanente (il Bios) per caricare il programma necessario ad utilizzare tutti i dispositivi e ad avviare le applicazioni per scrivere o far di conto. Dopo aver compreso che quanto appariva sullo schermo era la simulazione di una scrivania e che i cassetti erano stati sostituiti dalle memorie di massa (floppy disk e hard disk), gli impiegati iniziarono ad apprezzare la possibilità di utilizzare funzioni come il “copia e incolla” o il tasto “annulla”, oggi irrinunciabili.

Con le vecchie macchine da scrivere, anche elettriche, per realizzare diverse copie di un documento era necessario utilizzare la carta-carbone che, oltre a non essere particolarmente salutare, trascriveva sui fogli sottostanti anche gli errori e non permetteva, comunque, di andare oltre le quattro copie. Se ne occorreva una quinta, era necessario riscrivere (o meglio, ribattere) il documento.

Contro gli errori era possibile utilizzare una gomma da inchiostro (quelle di colore blu, ruvide come carta vetrata), ma facendo attenzione a non bucare il foglio. Poi venne il bianchetto, una sorta di vernice che consentiva di coprire l’errore e riscrivere il singolo carattere o l’intera parola, ma a condizione di saper riposizionare il foglio correttamente sul rullo.

Una segretaria esperta nell’uso della macchina da scrivere era un patrimonio che nessun imprenditore o professionista si sarebbe fatto sottrarre. La produttività si misurava in “battute al minuto”.

Già con l’avvento delle macchine elettroniche, dotate di una memoria capace di conservare uno o più documenti, gli impiegati iniziarono ad apprezzare i vantaggi della digitalizzazione. Riscrivere un documento o correggere il testo (grazie anche ai nuovi nastri che permettevano di tornare indietro, cancellare l’errore e riscrivere la parola corretta) divenne un’operazione molto più utile e molto meno dispendiosa. Già la carta carbone era diventata obsoleta.

Infine arrivò “lui”, il computer, a cambiare la storia e il modo di lavorare. In pochi anni le macchine da scrivere, anche elettroniche, finirono in archivi e magazzini polverosi. I floppy disk, prima, e gli hard disk, dopo, cambiarono il modo stesso di concepire i documenti, potendosi ormai lavorare sulla memoria interna, per stampare il documento solo dopo averne deciso la versione definitiva.

Con la macchina da scrivere era necessario valutare prima che lunghezza dovesse avere un atto o una lettera; per evitare, ad esempio, che la sottoscrizione finisse isolata sull’ultima pagina.

Occorreva decidere prima se adottare una interlinea di tipo 1.5 o 2, stabilire i margini e le tabulazioni (realizzare una tabella era compito da professionisti), non c’era scelta di caratteri (solo il Times), non si poteva utilizzare il corsivo (salvo che con le macchine dotate di margherita), né l’apice o il pedice. Esistevano solo il maiuscolo ed il minuscolo, mentre per il grassetto occorreva tornare indietro e ribattere i caratteri, per farli apparire più “cicciotti”. Non si poteva annullare un’operazione, cambiare l’impaginazione di un documento, utilizzare un testo precedente per integrarlo, spostare un paragrafo da una parte all’altra dell’elaborato per renderne la lettura più scorrevole.

Era necessario prima “progettare” il documento e poi curarsi del suo contenuto o, quantomeno, far le due cose insieme. Oggi è possibile recuperare documenti di dieci anni fa, aggiungere grafici e tabelle, quindi riutilizzarli come se fossero stati scritti ieri. Mentre gli e-book e gli ipertesti stanno cambiando perfino il modo di leggere un libro.

Per non parlare di Internet, ma questa è un’altra storia. Comunque sia, la prossima volta che un computer vi darà noia, prima di apostrofarlo in malo modo, considerate che, quanto oggi vi sembra preistoria, accadeva meno di trent’anni fa.

Gianluca Pomante

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