Il lato oscuro

Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sig. Hyde, opera magistrale di Stevenson sull’eterno conflitto tra il bene ed il male che è parte integrante di ciascun essere umano, sembra scritto per anticipare di due secoli quanto accade oggi sui social network.

All’atteggiamento che assumono molti frequentatori di tale spazio virtuale, assimilabile ad una piazza della domenica mattina, caratterizzata dal chiacchiericcio spontaneo, si adatta bene una delle frasi del testo letterario: “…l’intrinseco dualismo delle mie intenzioni gravava su di me come una maledizione, e mentre i miei propositi di pentimento cominciavano a perdere mordente, la parte peggiore di me, così a lungo appagata, e di recente messa alla catena, prese a ringhiare…

Un comportamento che ricorda molto da vicino la trasformazione che subiscono compassati ed attempati professionisti e uomini d’affari – irreprensibili nella vita quotidiana, compiti ed educati – nel frequentare le tribune di un campo di calcio, allorquando scattano in piedi per un rigore negato, con gli occhi strabuzzati fuori dalle orbite, le vene del collo gonfie di furore, i pugni stretti sulle braccia semiflesse a colpir l’aria sui fianchi e la bocca spalancata con un rivolo di saliva che scende alla destra del mento, ad augurar morte immediata e dolorosa all’arbitro, immortalato figlio di cotanta madre di dubbi e deplorevoli costumi.

Osservando i profili di giovani e meno giovani, si ha l’impressione che il social network, come ogni altra tipologia di comunicazione interattiva a distanza, riesca a stimolare la parte peggiore di un individuo. Ed accade che irreprensibili cinquantenni non facciano mistero, tra un “post” e l’altro, dei loro desideri più reconditi, pubblicando quelle stesse foto, in costume estivo o in perizoma leopardato, che mai avrebbero esibito in casa, neppure tra amici. Per non parlare delle discussioni su argomenti delicati, come l’omosessualità, il calcio o la politica, che degenerano in “flames” così rapidamente da richiedere l’intervento dei pompieri. O di uomini e ragazzi, abitualmente riservati e timorosi, pronti a lasciarsi andare a commenti terrificanti o all’uso spensierato del dizionario del turpiloquio, con  semplicità tale da risultare imbarazzante.

Inutile stupirsi della crescita dei reati di ingiuria e diffamazione perpetrati on line, sempre più frequentemente portati all’attenzione dei Giudici di ogni ordine e grado.

Così come è superfluo constatare che dev’essere la spersonalizzazione insita in ogni tecnologia a tirare fuori da ogni individuo il peggio di sé, poiché, altrimenti, non si spiegherebbero la crescente degenerazione delle comunicazioni tramite radiotelefono (per motivi ignorati anche dagli psicologi, passare dal “lei”, al “tu”, al “vaffa”, con il telefono è un attimo), i messaggi molesti e minacciosi successivamente rubricati come molestie telefoniche e stalking dalle Procure, le passeggiate di questi nuovi pazzi, con gli auricolari senza fili nascosti tra i capelli, che sbraitano per strada, camminando avanti e indietro. Comportamento, quest’ultimo, in grado di provocare, oltre al comprensibile sgomento dei presenti, una crisi di nervi degli infermieri del servizio di psichiatria,  chiamati ad intervenire per la presenza di un soggetto in stato di alterazione mentale che, in realtà, sta soltanto manifestando al commercialista il proprio disappunto per le tasse da pagare.

Ma c’è di peggio, ed è un rischio quotidiano per la salute (degli altri): l’abitudine di parlare e – orrore – scrivere messaggi mentre si è alla guida. E’ ormai prassi vedere gente al volante con sigaretta accesa e cellulare nella mano sinistra, che procede digitando messaggi sulla tastiera. E’ preferibile non pensare a cosa accadrà nei prossimi anni, con i navigatori satellitari delle autovetture che avranno accesso ad Internet e ai Social Network, per condividere le emozioni alla guida (più che emozioni, saranno commozioni, ma cerebrali).

Poichè è inutile fare appello all’intelligenza di tali persone (incapaci di comprendere, evidentemente, che un’autovettura a 50 km orari percorre 13,8 metri al secondo e che spalmare un pedone a terra richiede un decimo del tempo necessario a scrivere una sola parola del messaggio), dovremmo chiedere ai prossimi parlamentari di predisporre un disegno di legge per obbligare gli automobilisti ad associare la targa dell’autovettura alla SIM del telefonino e ai servizi utilizzati; in questo modo, almeno, il pedone potrebbe difendersi verificando con un’app, prima di attraversare, se l’auto che sta sopraggiungendo è libera dalla tecnologia.

Un po’ come avveniva nel 1800, quando le auto dovevano essere precedute da un uomo a piedi, con una lanterna, una bandiera rossa ed un campanaccio, ad allertar la gente che stava sopraggiungendo tecnologia cattiva.

Gianluca Pomante

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