Social e scrittura

In passato erano le email, poi vennero le chat, indi gli sms, infine i social network. Strumenti di comunicazione di massa che hanno sostituito la scrittura con carta e penna, per lasciar spazio a monitor e tastiera.

Oggi è normale comunicare tramite un’app (abbreviazione di applicazione) e non mancano programmi di condivisione delle numerose funzioni offerte da Facebook, Twitter e la messaggistica individuale (Ping, Seesmic, Rockster, iMessage, ecc.).

Quello che manca, nonostante la diffusione dei correttori ortografici, è la capacità di continuare a scrivere curando lo stile e la grammatica, ai quali, certamente, davamo molta più importanza quando a vergar segni sulla carta era una penna tradizionale, non il getto d’inchiostro di una stampante.

Quante barrette abbiamo tracciato sui quaderni, per imparare a controllar la penna; e quante lettere sono state scritte e riscritte, per curare la calligrafia. Oggi è sufficiente partecipare ad un concorso per capire quanto difficile sia diventato scrivere a chi ha i calli sotto i polpastrelli a furia di batterli su una tastiera. E quanto sia divenuto indispensabile il tasto “Annulla”, per non parlare del “Copia e incolla”, per redigere un lungo documento in bella copia. L’uso dei sinonimi, per non appesantir le pagine con gli stessi termini, è pura preistoria anche nel giornalismo.

Purtroppo, insieme alla capacità di utilizzar le penne, stiamo perdendo anche l’abilità di comporre frasi di senso compiuto, avvezzi qual siamo ad allenare il cervello con le app, anziché con la lettura, presi dai mille impegni quotidiani e dalla pseudo-informazione dell’Internet, che ci porta a conoscere per sommi capi ogni argomento, senza saper davvero nulla di qualcosa. Abbiamo ormai l’abitudine di leggere i giornali su un e-reader, di cercare le informazioni su un browser, di tradurre i termini stranieri grazie ad una utility. Se dovessimo tornare ad utilizzare i repertori per la giurisprudenza o i vocabolari per le traduzioni o le enciclopedie per le ricerche, a prescindere dallo smarrimento che indurrebbe nei nostri animi la mancanza del comando “copia ed incolla”, probabilmente passeremmo i primi dieci minuti a cercare l’help in linea.

Per non parlare della diffusa e discutibile abitudine di utilizzare, nelle comunicazioni elettroniche, abbreviazioni e simboli che sarebbero già fastidiosi in uno scambio di messaggi tra amici. Ed è così che le comuni regole dell’ortografia e della grammatica gridano vendetta sui social network, in un apocalisse di xche (perché), xdi+ (per di più), ki6 (chi sei), tvb (ti voglio bene), affiancati da acronimi anglosassoni come btw (by the way) o imho (in my honest opinion), puntualmente utilizzati anche da chi, magari, non ne comprende il significato, ma ama ugualmente farne sfoggio durante le conversazioni.

Come commentare, del resto, le frasi in cui l’interlocutore deve cimentarsi con l’interpretazione della punteggiatura, rigorosamente assente, o con la confusione che regna nell’uso del troncamento e dell’elisione, che richiederebbe un po’ di cura nell’uso d’un’amabile lingua italiana, maltrattata da un altrettanto poco gestibile social network.

Ugualmente irritanti le parole lasciate a metà durante un discorso che sembra non riuscire a raggiungere la meta,un corretto posizionamento dell’accento su lettere e parole che ne richiederebbero l’uso. C’è bisogno, anzi, ce ne sarebbe, di tornare a scuola per qualche tempo, a comprendere che, se il professore ne parlava, della grammatica, probabilmente non era per sé stesso. E non v’è chi non veda come l’uso delle frasi può essere piegato alla comprensione; ma sicuramente non ve la prenderete a male.

Ai ragazzi vorrei dire: abbiate cura della vostra scrittura, ché a forza di mal scrivere sui social network, non vi accorgete che gli stessi errori finiscono nei compiti, e non solo in quelli d’italiano.

Gianluca Pomante

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