Tech war

L’attenzione del mondo occidentale, spendaccione e godereccio, è attualmente concentrata sulle nuove tecnologie informatiche e sulle modalità con le quali renderanno più semplice la vita di tutti i giorni.

Le smart tv, che presto determineranno la convergenza tra i servizi on-demand di Internet e la tradizionale distribuzione a pioggia del segnale televisivo e satellitare, sono già un’anticipazione della capacità di elaborazione che avranno gli elettrodomestici dei prossimi anni. Quando prenderanno piede anche i frigoriferi capaci di generare automaticamente la lista della spesa, sulla base dei limiti imposti dal padrone di casa ai prodotti presenti all’interno, avremo un’idea di come potrà diventar comoda la vita quotidiana.

Qualcuno teme già una ulteriore evoluzione, in cui le macchine possano prendere il sopravvento sull’uomo e dar vita ad uno scenario simile a quello di Terminator, il film cult degli anni ’80 in cui la terra è dominata da Skynet, una rete mondiale di computer che ha acquisito una propria coscienza ed ha scatenato le macchine contro l’uomo, ritenuto, ad un calcolo matematico, dannoso per il pianeta.

In realtà, una guerra tecnologica ben più pericolosa è già da tempo in atto – nei laboratori scientifici e nelle aule dei Tribunali – e riguarda beni molto più semplici delle smart tv o dei supercomputer che abbiamo in casa o in ufficio: i semi delle piante che ogni giorno vengono utilizzati in agricoltura.

La ricerca nel campo della manipolazione genetica, supportata dalle capacità di calcolo e di simulazione degli attuali sistemi informatici, ha da tempo permesso la creazione, in laboratorio, di sementi geneticamente modificate che, rispetto a quelle naturali, resistono meglio all’aggressione dei parassiti, alla furia degli agenti atmosferici e all’utilizzo dei pesticidi, garantendo, nel contempo, raccolti più abbondanti e frequenti. Il sogno dei botanici, di ottenere specie più robuste e durevoli attraverso una selezione praticata nel tempo e innesti mirati, ha trovato una evoluzione parallela grazie alle tecnologie informatiche e alla possibilità di intervenire sulla sequenza del DNA delle piante.

Agli aspetti positivi della manipolazione genetica, tuttavia, fanno da risvolto quelli negativi derivanti dalla mancata conoscenza degli effetti che le modifiche potrebbero avere sulle specie commestibili e sui consumatori, anche a distanza di diverse generazioni.

Inoltre, per ragioni squisitamente commerciali, quelle stesse aziende che hanno manipolato il DNA delle sementi hanno fatto in modo che divenissero ibride, cioè non più in grado di riprodursi, trasformandole in merci tradizionali, in materie prime consumabili e non rinnovabili.

In parole povere, le tecnologie hanno prodotto un mercato parallelo a quello tradizionale, in cui le sementi che garantiscono i migliori raccolti comportano l’impossibilità di produrne altri senza procedere ad un nuovo acquisto. Per invogliare i contadini ad utilizzarle, queste sementi sono vendute ad un prezzo inferiore a quelle tradizionali, con la promessa di raccolti migliori, che effettivamente vengono conseguiti.

Potrebbe quindi determinarsi la sterilizzazione delle campagne interessate dalla semina e l’invasione di quelle vicine da parte delle piante geneticamente modificate, che sarebbero più forti e prevarrebbero su quelle presenti in natura, al pari delle erbe infestanti. Ipotizzando di perdere il controllo delle sementi geneticamente modificate, il sistema potrebbe trovarsi nell’impossibilità di continuare a produrre piante in modo naturale e nella condizione di dipendere dalle aziende per l’acquisto delle sementi. Per questo gli organismi internazionali sono ora particolarmente attenti all’evoluzione del problema ambientale, al quale se ne aggiunge uno giuridico: la proprietà degli schemi produttivi attraverso i quali si perviene al seme geneticamente modificato.

Il processo produttivo di un OGM (organismo geneticamente modificato) può essere assimilato ad un modello industriale e come tale può essere brevettato e tutelato in sede giurisdizionale, per impedire che qualcun altro realizzi lo stesso prodotto con lo stesso procedimento. Dato che i semi sono ibridi e non possono essere utilizzati per produrre altri semi, solo chi detiene i diritti di sfruttamento economico del processo produttivo potrà produrre altri semi e stabilirne il prezzo.

A ciò si aggiunga che, in Italia, nel rispetto delle norme Europee, il DPR 1065/1973  impedisce il trattamento, la vendita e lo scambio di sementi (anche non geneticamente modificate) ai soggetti che non sono in possesso di una specifica autorizzazione ministeriale, al fine di preservare le specie dal deterioramento e dalla degenerazione. Insomma, un qualsiasi contadino che selezioni i semi delle sue piante per riutilizzarli l’anno successivo, magari scambiandoli con il vicino per cercare di migliorare il raccolto, è oggi un trasgressore.

Questo insieme di limitazioni, incidendo direttamente sulla capacità produttiva di una nazione, potrebbe indurre lotte per il pane ben più cruente di quelle tecnologiche, con buona pace dei film di fantascienza e di una realtà che avrebbe immaginato.

Gianluca Pomante

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