Il disagio tecnologico

Un libro, un oggetto affascinante come pochi, per le sensazioni che provoca nel suo acquirente, che lo gusta prima con la vista, rendendo evidente quanto sia importante una copertina graficamente ben studiata, poi con il tatto, per il frusciare antico della carta sotto i polpastrelli, quindi con l’olfatto, per l’odore che rilascia, sia nuovo, appena stampato, che vecchio di cent’anni, infine con la mente, per i richiami alla fantasia, al futuro ed al passato, che riesce ad evocare.

Un libro che parla di tecnologie diventa affascinante anche per chi è tecno-dipendente, per chi è nativo digitale ed ha sempre sfogliato e-book, e-pub, e-zine, per chi ha sempre vissuto di SMS, MMS, email. Come in quella barzelletta, ormai datata, in cui un vecchio negoziante spiega ad un giovane post-moderno che quell’oggetto strano tra le sue mani, che si può leggere senza metterlo in carica, senza utilizzare tasti, saltando da una pagina all’altra senza hyperlink, che non si rompe se cade a terra, si chiama semplicemente libro.

Un libro che spiega la difficoltà con cui ci rapportiamo con le tecnologie, proiettandoci verso i veri responsabili delle nostre ansie, delle nostre paure, del nostro stresso quotidiano, dipendente dall’informatica e dalla telematica, è inevitabilmente un best seller, perchè ci fornisce, finalmente, un capro espiatorio per sfogarci a settembre, al rientro dalle vacanze, dopo averlo letto.

Il disagio tecnologico” (Alan Cooper, 1999) (traduzione a cura di Andrea Monti) e ancora reperibile da Feltrinelli, ci spiega perchè i prodotti hi-tech sono così difficili da usare e, come in un romanzo di Arthur Conan Doyle, ci fornisce anche un colpevole su cui sfogare i nostri istinti.

L’autore si interroga sulle ragioni per cui uno sportello automatico, per il prelievo di denaro contante ci chiede, ad ogni passaggio, se siamo sicuri della scelta effettuata, come se fossimo deficienti, dilatando a dismisura e rendendo difficoltosa un’operazione che, in realtà, dovrebbe chiedere solo il numero di codice e l’ammontare del prelievo.

Cooper ci fa riflettere su come l’informatica abbia cambiato le nostre abitudini. Incrociando una macchina fotografica con un computer si ottiene un ibrido che decide autonomamente, sulla base delle condizioni della batteria, di spegnere lo schermo a cristalli liquidi e di bloccare l’otturatore, nonostante l’inquadratura perfetta. Per una volta che sono tutti in posizione, tutti sorridono, nessuno si muove, la macchina non scatta. Abbassando istintivamente la fotocamera, per cercare di capire cosa stia succedendo, il malcapitato non tiene conto dell’intelligenza del dispositivo che ha in mano, che ha memorizzato l’impulso dato all’otturatore, ha recuperato energia spegnendo lo schermo ed ha finalmente dato il benestare per lo scatto, finendo per immortalare la rotula del fotografo.

Sull’opportunità di mischiare auto ed elettronica ci ha fatto fin troppo riflettere la Formula 1, con corse noiose e senz’anima, dominate dall’elettronica e dall’incapacità dei piloti di sovvertire le regole di un Gran Premio ormai deciso a tavolino dalle strategie e dalla tecnologia.

Ed i colpevoli? Non sarebbe corretto svelare la fine di un libro a chi vuol leggerlo. Sotto l’ombrellone o in altro luogo di relax, quest’estate, approfittatene per gustarVi “Il Disagio Tecnologico”. Tornerete sicuramente più allegri e Vi scoprirete a sorridere quando i vostri amici resteranno perplessi per quelle situazioni che Voi, già smaliziati, avrete ormai sotto controllo. Io ne approfitterò per rileggerlo per la terza volta.

Gianluca Pomante

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