Ci vuole un fisico bestiale

Quando il mondo non era informatizzato, chiunque lavorasse in fabbrica o in ufficio si lamentava dei pesi che quotidianamente era costretto a spostare, tant’è che la legislazione degli anni ’80 ha interferito pesantemente con le attività materialmente svolte all’interno del luogo di lavoro, proprio per garantire un migliore trattamento ai dipendenti.

Con il passare degli anni, nelle fabbriche sono intervenuti bracci robotizzati e carrelli elevatori a supportare le membra ormai stanche degli operai, mentre con l’informatica, soprattutto negli uffici pubblici e privati, sono spariti gli archivi polverosi e i faldoni pesanti, per far posto a database e file memorizzati su supporti digitali.

Ma si sa, amiamo complicarci la vita e, conseguentemente, abbiamo spostato il livello della resistenza dal piano fisico a quello intellettuale; e neppure troppo intelligentemente, come vedremo tra poco.

I bracci robotizzati e i carrelli elevatori, nel corso degli anni, hanno integrato microprocessori e funzioni sempre più evolute, fino a muoversi autonomamente su percorsi prestabiliti e sostituire quasi completamente la necessità di manodopera all’interno delle fabbriche, con il poco gradito risultato di mandare a casa gran parte degli operai che prima svolgeva lavori pesanti, oggi disoccupati, ma con la soddisfazione di avere la schiena a posto, costringendo gli altri a specializzarsi nella gestione di macchine a controllo numerico.

Oggi, anzichè stringere bulloni e assemblare motori, usano la tastiera ed il mouse per controllare bracci meccanici che fanno lo stesso lavoro. Peccato, però, che un braccio meccanico faccia il lavoro di dieci operai mentre ne basta uno solo per controllarlo.

Negli uffici, il “settore complicazione affari semplici” presente in ogni realtà di medie e grandi dimensioni, dal Ministero alla grande Industria, ha trasformato i flussi di lavoro da cartacei e digitali, cercando di applicare una logica di tipo materiale alle attività svolte con i sistemi informatici, con il risultato di utilizzare smartphone, tablet e computer come meri surrogati di scrivanie, archivi e telefoni, con l’ovvia difficoltà di imparare ad usarli e di dover adattare degli strumenti nati per la comunicazione digitale a delle realtà in cui si era abituati a carta e penna.

E mentre cloud, file sharing e videoconferenza stentano a decollare, per l’oggettiva difficoltà di convertire gli impiegati ad un diverso modo di interpretare i flussi documentali, tutti quelli che, in precedenza, prendevano appuntamenti sull’Agenda e portavano i fascicoli in borsa, oggi utilizzano lo smartphone per comunicare con il superiore, il tablet per consultare l’Agenda elettronica e il portatile per aggiornare i fascicoli.

E magari hanno anche un lettore mp3 in tasca, nel caso volessero rilassarsi un po’ ascoltando musica (peccato che un buon tablet collegato ad un sistema cloud permetta di far tutto insieme, senza la necessità di tirarsi dietro quattro o cinque chilogrammi di tecnologia ridondante che, se manca il segnale del telefonino, isola il malcapitato dal resto del mondo e lo manda in crisi).

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. L’informatica e l’automazione, nate per semplificare la vita del comune mortale – svolgendo in due ore le mansioni per cui era normalmente necessaria una giornata lavorativa di otto ore, conquistando, in tal modo, sei ore da dedicare al tempo libero – è stata invece interpretata come strumento di incremento della produttività, costringendo ogni lavoratore (anche i liberi professionisti, che ormai, di libero, hanno ben poco) a quadruplicare i ritmi di lavoro, la stanchezza e lo stress.

E se prima ci voleva un fisico bestiale per montar motori e spostare faldoni, adesso ci vuole un fisico bestiale per reggere i ritmi di un mondo occidentale che ha spinto il Dalai Lama a fare la seguente considerazione sul nostro stile di vita: “Non riesco a capire perchè passate la vita a rincorrere il denaro, a costo della vostra salute, per poi spenderlo nel disperato tentativo di curarvi per recuperarla“.

Gianluca Pomante

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