Action cam

Chiunque abbia fatto sport conosce la dolce gioia del successo e il sapore amaro della sconfitta, l’ebrezza della vittoria e lo sconforto della caduta nella polvere.

L’importante è rialzarsi sempre, trarre insegnamenti anche dalle esperienze negative, trasformare lo stress in carica emotiva e migliorarsi. Per tornare a vincere o, più pragmaticamente, per continuare a divertirsi.

Le action cam nascono per riprendere l’attività sportiva, utilizzando raramente cavalletti statici ed invece, molto spesso, sistemi di fissaggio ed ancoraggio arditi quanto le prestazioni da riprendere.

Adesivi, fasce, supporti, viti, bulloni, velcro piuttosto che silicone, sono solo alcuni dei metodi che gli atleti utilizzano per documentare una discesa con gli sci o con la bici da downhill e relative cadute, ovviamente. Il volo con il deltaplano piuttosto che con il parapendio, la corsa in moto in pist e la gita con l’auto in fuoristrada, tutto rigorosamente a colori, con un adeguato grandangolo e in alta risoluzione: HD, Full HD, 4K, sono solo alcune delle sigle che il neofita delle action cam deve imparare a conoscere.

La gioia di rivedere le proprie prestazioni sul televisore di casa, appena rientrati, viene disturbata solo dalla frenesia di riagganciare la videocamera al casco o al manubrio e tornare in azione.

I professionisti passano in breve tempo alla fase di montaggio e post-produzione, durante la quale curano le inquadrature, le transizioni, le descrizioni ed i commenti, così come gli intermezzi fotografici, come se si attendesse un’audizione da Federico Fellini e si dovesse realizzare un lungometraggio dedicato a vacanze ed avventure, con effetti speciali e colori ultravivaci. Aspettative spesso alimentate da stuoli di amici e, soprattutto, di amiche, sempre in attesa di vedere l’ultima acrobazia, l’ultima follia, l’ultima azione da incosciente pluridecorato. Per non parlare della possibilità di diffondere i video delle performance su Internet, tramite i vari siti e social network.

L’appassionato di riprese in azione ha sempre una memory card di ricambio, un portatile per scaricare i filmati ed evitare che possano danneggiarsi, una custodia protettiva per l’acqua o semplicemente una action cam impermeabile, in grado di essere installata anche su un Kayak tra le rapide di un fiume o sulla tavola da surf in mare, per riprendere la discesa e le evoluzioni tra le onde a velocità pazzesca.

Delle “gioie” si parla sempre a sufficienza, pochi documentano i “dolori” connessi all’uso delle action cam, che non sono solo o prevalentemente di natura fisica, come si potrebbe ipotizzare, e non si curano con cerotti e bende.

Quei dolori, simili a coliche, che derivano al portafogli dalle rate da pagare per l’acquisto di “giocattoli” dal costo stratosferico. Dolori che potrebbero divenire lancinanti anche solo dopo qualche uscita avventurosa, causa l’aver considerato l’action cam troppo robusta rispetto alle sue reali possibilità, ritrovandosi tra le mani un mucchietto di pezzi di plastica e schede elettroniche ancora fumiganti dopo il corto circuito cagionato dall’ultima (per forza l’ultima, almeno per la videocamera) evoluzione spericolata e dalla conseguente rovinosa caduta.

Consolato dalla speranza di vedere quantomeno immortalata la tragica fine della action cam non abbastanza adventure, l’estremista delle riprese sportive si produrrà nel più catastrofico dei finanziamenti necessari per acquistare l’ultimo modello di corazzata per uso sportivo, approfittandone per aggiornarla all’ultimo software, all’ultimo pixel, all’ultimo codec, salvo poi scoprire, sconsolato, che non esistono televisori o monitor in grado di riprodurre quei filmati dalla così alta risoluzione e, soprattutto, che se vuole metterli su Internet (unico modo per farli vedere davvero a tutti), dovrà ridurli ad una tale dimensione da risultare pari a quelli realizzati con un normale telefonino.

Gianluca Pomante

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