Costi sociali

L’homo tecnologicus ha inevitabilmente tratto dall’esperienza quotidiana una spiccata capacità di comprendere la natura mefistofelica dei sistemi informatici, traendone la regola fondamentale secondo la quale non necessariamente ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria e tantomeno positiva.

Nel mondo tecnologico, infatti, le informazioni elettroniche si muovono solo se correttamente sollecitate e se é stato precedentemente previsto che si muovessero, senza commettere errori nel prevederlo.

Anche se a volte gli apparati tecnologici sembrano posseduti da spiriti maligni che non vogliono saperne di abbandonare quell’hardware, é esperienza comune che ogni dispositivo proceda ad eseguire esclusivamente le azioni per le quali é stato progettato, senza alcuna possibile creativitá che non sia quella, pur involontaria (nel senso che ha commesso degli errori di scrittura del codice che fanno eseguire al sistema funzioni diverse rispetto a quelle auspicate), determinata dal suo programmatore.

Ne consegue che la pressione di un tasto puó generare una lettera sullo schermo solo se nel programma é stata inserita un’istruzione in tal senso. Ad ogni azione, come spiega il principio appena citato, corrisponde una reazione, ma solo se il sistema é stato progettato per questo, altrimenti all’azione puó anche corrispondere l’inerzia (spesso tutt’altro che gradita all’utente) dell’elaboratore elettronico.

Mentre in passato la funzione di collaudo delle procedure avveniva per il tramite di tester appositamente retribuiti per cercare di simulare tutte le possibili condizioni di utilizzo di un software, affinché arrivasse ad essere offerto sul mercato perfettamente funzionante o quasi, da qualche anno, la corsa al rilascio del nuovo sistema operativo e del programma più avanzato ha portato le case produttrici ad utilizzare come tester gli stessi utenti, con comprensibile stress post-traumatico da perdita di tempo e, a volte, di dati.

Sempre più spesso, infatti, errori anche grossolani del codice realizzato dal produttore si infrangono come onde oceaniche sul malcapitato utilizzatore, al quale non resta che augurare il consumo di una buona dose di antidolorifici al programmatore che ha sbagliato l’inserimento delle istruzioni, anche se non saprà mai il suo nome, disperso tra i meandri degli ambienti di progettazione e realizzazione del software.

Ne siano prova i continui rilasci di aggiornamenti, anche banali, ad opera delle case produttrici, soprattutto per dispositivi palmari e tablet. Se, inizialmente, la prima cifra indicava la versione principale del programma (cambiando solo in presenza di radicali innovazioni) e quella successiva al punto la versione beta (se dispari) o stabile (se pari) di un aggiornamento, oggi assistiamo al proliferare di versioni minimali, individuate con un ulteriore punto ed una ulteriore cifra (7.0.1 poi 7.0.2 ed ancora 7.0.3 in meno di un mese, l’ultima performance che ha devastato milioni di apparati e di nervi) che stanno ad indicare finanche singole correzioni e piccoli bugfix.

L’utente medio viene in sostanza utilizzato come cavia da quegli stessi soggetti che vengono pagati per fornire un programma che, invece, dovrebbe essere privo di difetti, come si pretenderebbe in presenza di qualsiasi altro prodotto in commercio.

Anche le licenze d’uso contengono formule di stile secondo le quali il produttore non risponderebbe di errori anche gravi di funzionamento del software, in quanto sarebbe normale e  fisiologica l’imperfezione del programma, per l’impossibilità di prevedere e testare tutte le possibili tipologie di utilizzo. Come dire che, acquistando una vettura, non si potrebbe prestare alcuna garanzia sul suo funzionamento, non potendo far affidamento sul suo motore o sul suo impianto elettrico per l’impossibilità di percorrere tutte le strade disponibili e far rifornimento presso tutte le stazioni di servizio esistenti.

Purtroppo sembra che tale atteggiamento mentale, da qualche tempo, abbia contagiato anche la pubblica amministrazione, quando tenta maldestramente di modificare la viabilità cittadina senza prima chiedersi quali effetti avrebbero determinate variazioni sui flussi della circolazione. Nessuno dei soggetti citati (produttori di software e politici) é abituato a considerare, nei suoi piani, i costi sociali di un’operazione, ossia i costi occulti che vengono scaricati sugli utilizzatori di un bene o di un servizio. La perdita di dati con conseguente necessità di recuperarli o ricostruirli, ammesso che sia possibile, il ritardo nel compiere una determinata operazione, lo stress e la stanchezza che ne derivano, sono costi che sopporta l’utente e che il produttore non risarcirà mai. Analogamente al tempo perso in fila in auto, al maggior consumo di meccanica, freni e carburante, allo stress e alla stanchezza, per non parlare dell’inquinamento e degli incidenti, seppur lievi, che derivano dal peggioramento della qualità della circolazione e della vita, di cui gli amministratori non sembrano mai preoccuparsi nel far scelte anche azzardate, salvo ritirarsi disordinatamente e in ordine sparso, dopo aver constatato con mano l’entità dell’errore.

Gli interessi economici e di parte sembrano da qualche tempo prevalere sull’interesse pubblico e sulle esigenze dei consumatori, ed una nuova frontiera del risarcimento danni sembra attendere i giuristi del terzo millennio.

Gianluca Pomante

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