Uno su tre

Chi si trova, più o meno, nel mezzo del cammin della sua vita, dovrebbe ricordare il ritornello quasi ossessivo, eppure talmente orecchiabile da scoprirsi a fischiettarlo anche per giorni, che accompagnava la pubblicità dell’ovetto di cioccolato bianco (dentro) e al latte (fuori) ricco di sorprese e amatissimo dai bambini.

Purtroppo il riferimento del titolo non è alle sorprese degli ovetti di cioccolata, bensì alla percentuale di italiani che non ha mai utilizzato Internet.

Secondo una recente statistica dell’Istat, sebbene sia aumentata la percentuale delle abitazioni con un accesso ad Internet (60,7% rispetto al precedente 55,5%) e nonostante la presenza di un minore nel nucleo familiare faccia aumentare tale tendenza all’85,7%, l’Italia resta fanalino di coda, in Europa, per l’accesso alla banda larga e alle risorse dell’economia digitale. Conseguentemente, le aziende non riescono a sfruttare pienamente tale opportunità.

E’ sufficiente pensare che in Olanda, Lussemburgo, Danimarca e Svezia sono connesse oltre il 90% delle famiglie per comprendere come l’uso delle tecnologie informatiche potrebbe spingere la ripresa economica del nostro paese e portarlo allo stesso livello delle altre nazioni europee, che sulla telematica hanno investito ed ora ne godono i benefici

Mentre gli amministratori pubblici si riempiono la bocca con termini apparentemente virtuosi, come smart city e smart economy, senza aver ben compreso cosa si intende per città intelligente, attraente, fruibile, accessibile, nessuno sembra puntare al potenziamento delle reti civiche, dell’interoperabilità tra le pubbliche amministrazioni e le aziende municipalizzate, dei servizi al cittadino, e le uniche risorse effettivamente disponibili sono, casualmente, i sistemi di pagamento di imposte e tasse, unica agevolazione che il sistema Italia concede davvero a chi appare sempre più suddito tartassato e sempre meno cittadino digitale.

Eppure basterebbe davvero poco per rilanciare un’economia sommersa che langue da tempo ed avrebbe bisogno semplicemente di essere scoperta. Le iniziative in campo turistico, solo per fare un esempio, risentono della dispersione delle risorse tra decine di soggetti non coordinati tra loro, per cui è possibile trovare anche prodotti d’eccellenza poco noti contrapposti a fonti grossolane, errate e finanche pacchiane, che invece affollano i motori di ricerca e forniscono all’utente una pessima impressione della zona che dovrebbero promuovere.

Molti siti istituzionali non sono “responsive” (volontariamente non tradurrò in italiano il concetto) e spesso risultano ostici e tutt’altro che fruibili al cittadino medio, orientati più all’uso da parte dello stesso sviluppatore che li ha realizzati e ne conosce le funzioni, piuttosto che all’utente digiuno di servizi informativi ed al quale dovrebbe essere offerta un’interfaccia facile ed intuitiva per raggiungere i servizi di cui ha bisogno.

Così, mentre i cittadini si scontrano sui social network per decidere quale fazione politica utilizza meglio la rete per mettersi in contatto con i netizen (anche in questo caso eviterò di tradurre il concetto), nessuno, e sottolineo nessuno, ha mai realizzato un sistema di vera consultazione ed incontro di idee, proposte e progetti, che possa avvicinare le istituzioni alle persone ed invertire il rapporto di sfiducia e di mancanza di collaborazione che, attualmente, consente invece ai lobbisti di

muoversi nell’ombra anziché lavorare in modo trasparente, come sistemi di informazione al decisore e non come faccendieri che devono spingere l’una o l’altra ipotesi di legge o regolamento per ricavarne profitti individuali e non benefici collettivi.

Il Censis, a far eco all’Istat, ha evidenziato come l’economia digitale rappresenti attualmente il 3% del prodotto interno lordo ed abbia margini di crescita e di influenza dell’economia reale amplissimi, anche per la crescente diffusione di tablet, smartphone e dispositivi mobili che permetterà, nei prossimi anni, di raggiungere chiunque.

Viene spontaneo chiedersi se qualcuno, dei decisori, legga le statistiche e, soprattutto, se è sia in grado di comprenderle.

Gianluca Pomante

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