Ludopatia

Parlare di gioco è sempre difficile perché è un argomento che evoca sale piene di fumo, luoghi di perdizione, economie familiari e personali devastate dall’incapacità di trattenersi e, purtroppo, a volte anche gesti inconsulti di chi attribuisce alla vergogna di aver perso ogni bene un valore superiore a quello della propria vita.

Occorre però affrontare l’argomento con la freddezza e la professionalità necessarie a valutare il fenomeno sia dal punto di vista psicologico che sociologico, giacché spesso, sull’onda dell’emozione che travolge gli opinionisti da salotto, si fa surf mediatico per emergere e farsi notare e non per trattare di argomenti, il gioco e la ludopatia, che spesso si incontrano ma che dovrebbero essere valutati in modo assolutamente differente.

Il gioco, in tutte le sue forme, è un’attività che determina gratificazione nel soggetto che la pratica e che, nelle forme del gioco d’azzardo, anche se reso legale dal controllo dello Stato, induce una sensazione di ebbrezza simile a quella alcoolica o derivante dall’assunzione di sostanze stupefacenti, poiché stimola alcune parti del cervello che sovrintendono alla produzione delle sostanze che regolano l’umore.

La dipendenza da gioco, pertanto, è una condizione assolutamente personale e non riconducibile solo ad un fenomeno culturale (che può limitarla o accentuarla ma non escluderla), giacché esistono soggetti che dal gioco non sono affatto attratti, esiste una molteplicità di soggetti che con il gioco ha un rapporto corretto e non svilupperà mai forme di ludopatia ed esistono persone che, loro malgrado, non saranno mai capaci di trattenersi senza seguire un percorso terapeutico.

E’ pur vero che alcuni giochi favoriscono, nei soggetti più deboli, l’insorgenza della patologia, poiché, per le modalità tecniche con cui si svolgono, sono in grado di ridurre la capacità dell’interessato di riflettere e sottrarsi all’impulso di continuare a giocare. Ne sono un esempio le slot machine, le cui combinazioni di luci e colori sono ormai studiate da esperti di comunicazione per indurre, nel soggetto che le utilizza, una desensibilizzazione ed una contestuale euforia. Il giocatore, in quel momento, prova benessere accompagnato da una sofferenza che può essere appagata solo dalla vincita.

Occorre però considerare che sono pochi i soggetti, rispetto alla massa complessiva dei giocatori, che  soffrono di tali disturbi. Il fatturato delle slot machine, infatti, è solo una minima parte di quello del comparto giochi (Libro Bianco Eurispes 2012) e dei giochi di Stato. Le statistiche, al contrario, dimostrano che il maggior consumo riguarda lotto e lotterie istantanee (in particolare il c.d. “gratta e vinci”), seguiti da scommesse sportive e SuperEnalotto.

E’ concettualmente sbagliata, quindi, una “crociata” contro il gioco o una parte di esso che non tenga conto dei dati provenienti dalle statistiche, poiché finalizzata a colpire solo un comparto che, invece, consente a migliaia di persone normali di intrattenersi senza alcun problema e a migliaia di imprenditori di lavorare e contribuire all’economia. Proibire il gioco a causa della ludopatia è l’equivalente del proibire l’uso delle vetture per evitare incidenti. Non ha senso. Peraltro, mentre il giocatore normale verrebbe privato di un intrattenimento che non gli crea alcun problema (al pari dell’automobilista prudente), il giocatore ludopatico sarebbe capace di scommettere sul sesso maschile o femminile del prossimo passante, pur di soddisfare la propria esigenza di natura patologica.

E’ per questa ragione che l’inasprimento delle norme contro il gioco d’azzardo o la penalizzazione di determinati giochi, in realtà, non risolve il problema ma, anzi, spesso lo aggrava, determinando sacche di illegalità diffusa che colpiscono il giocatore ludopatico ancor peggio del fenomeno del gioco autorizzato dallo Stato. Viceversa, la canalizzazione dei giocatori in circuiti di gioco controllato, consente anche l’attivazione di percorsi di prevenzione ed educazione al gioco che, ad onor del vero, nel nostro paese mancano.

Il proibizionismo, in assenza di strutture in grado di assicurare attività di assistenza ai soggetti che già necessitano di trattamento sanitario e di prevenzione nei confronti dei soggetti che potrebbero sviluppare la dipendenza patologica, non sortisce alcun effetto, se non quello di esporre tali persone all’azione della criminalità.

Sarebbe invece necessaria, accanto ad un’opera di sensibilizzazione delle persone (soprattutto dei giovani) al problema della ludopatia e ad un corretto rapporto con il gioco, anche d’azzardo, l’attivazione di percorsi terapeutici e di prevenzione analoghi a quelli già sperimentati con successo nei confronti dei consumatori di droghe ed alcool. In conclusione, cultura e prevenzione devono andare di pari passo con assistenza sanitaria e capacità d’intervento sul territorio.

La criminalizzazione di un settore produce solo effetti negativi, anche sull’economia

Gianluca Pomante

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