Trent’anni fa

In questi giorni cade il trentesimo anniversario del Macintosh, un computer che cambiò la storia dell’informatica introducendo i caratteri True Type, la sintesi vocale ed il controllo dell’interfaccia grafica con un sistema a finestre ed un mouse.

Microsoft, qualche anno dopo, avrebbe mutuato quell’idea per realizzare il suo Windows e dare il via alla commercializzazione (e alla pirateria strumentale al controllo del mercato) del software adatto a molteplici piattaforme.

Nessuno però ricorda che in quegli anni gli adolescenti italiani erano in tutt’altre faccende affaccendati. Non erano impegnati con i Macintosh, che avevano prezzi esorbitanti ed erano acquistati da una ristretta cerchia di appassionati della mela morsicata che potevano permetterselo, bensì con i Commodore Vic 20 (i più fortunati con i Commodore 64) che costavano molto meno e permettevano lo scambio di programmi e giochi liberamente, senza troppi problemi di copyright.

Ed erano altresì impegnati con le TV private, che in quegli anni iniziavano ad imperversare e a minare il monopolio della TV di Stato, trasmettendo decine di cartoni animati di provenienza giapponese. Ufo Robot, Ken Falco e Judo Boy per i maschietti, Candy Candy, Lady Oscar e La Principessa Zapphire per le ragazze, Don Chuck Castoro e Dolce Remi per i più piccoli.

La vita del quindicenne italiano medio era scandita dai seguenti ritmi: scuola, pranzo, cartoni animati in TV, studio, gioco o programmazione al Vic20 (oggi l’hashtag sarebbe #PressPlayOnTape), passeggiata con gli amici, cena, ripasso, nanna e via da capo la mattina dopo.

Non c’era spazio per altre attività, salvo che per lo sport, recuperando il tempo solitamente dedicato alla passeggiata. In sostanza, non si poteva rinunciare alla partitona con Pitfall o alla visione di Goldrake, Jeeg Robot e il Grande Mazinga, i compiti erano obbligatori, pranzo e cena necessari. L’unica soluzione era alternare lo sport con la libera uscita, tanto più che gli amici, di solito, erano gli stessi insieme ai quali si giocava a basket o si praticava l’atletica leggera.

Non c’erano gli smartphone, non c’era Internet, né la televisione in alta definizione. A scandire il tempo pensavano ancora gli orologi al quarzo della Casio con la calcolatrice integrata, per chi poteva permetterseli, o gli orologi di casa. Quando si usciva di casa c’era un orario fissato per il rientro, allo scoccare del quale o si era sotto il portone o si rischiava di veder comparire il genitore infuriato nel locale o nella stradina che faceva da punto di ritrovo per la comitiva. Ed erano dolori, non per le sberle ma per la magra figura con gli amici. Che poi la si faceva a turno tutti, una volta o l’altra, ma era una magra figura ugualmente.

L’accensione elettronica e i cruscotti a cristalli liquidi dei cinquantini e delle prime moto da sedicenni erano già un concentrato di tecnologia. Le radio nelle auto leggevano al massimo un CD con il Dolby Digital e se si voleva leggere un libro si doveva frequentare la biblioteca o comprarlo in libreria. Amazon richiamava alla memoria solo la Foresta Amazzonica studiata a scuola.

Eppure erano gli anni in cui il Macintosh, in silenzio, avrebbe cambiato la storia introducendo l’interfaccia a finestre, i caratteri proporzionali e la sintesi vocale; le stesse funzioni che, qualche anno dopo, avrebbero decretato la morte della Commodore, compressa da una politica suicida e dall’aggressività commerciale della Microsoft, in grado di mettere in crisi perfino Apple.

Con le console come Atari 2600, Intellivision e Sega Master System finirono anche i tempi spensierati delle sale giochi, oggi degradate a bische per sfigati alle prese con le slot-machine, e con le videocassette VHS iniziò il lento ma inesorabile declino del Cinema. E non c’era ancora iTunes. Ricordi di soli trent’anni fa. Tuttavia, se un nostro coetaneo avesse dormito per tutto questo tempo, oggi sicuramente impazzirebbe all’idea di dover fare i conti con dei dispositivi che, allora, neppure si potevano ammirare nei film di fantascienza.

Gianluca Pomante

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