Diffamazione on line

Il reato di diffamazione è da sempre considerato, in dottrina e giurisprudenza, argomento spinoso da trattare, poichè direttamente connesso alla libertà di manifestazione del pensiero e al diritto di critica, di rango costituzionale.

Ancor più delicata è la contestazione dell’aggravante dell’uso del mezzo della stampa o di strumenti che, a causa del potenziale lesivo legato alla loro diffusione, reale o presunta, alla stampa possono essere equiparati.

Una recente sentenza della Corte Suprema di Cassazione ha sostanzialmente equiparato blog e bacheche dei social network all’editoria tradizionale, facendo leva sulla seconda parte dell’aggravante contenuta nell’art. 595 del Codice Penale che individua idoneo allo scopo diffamatorio “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”

Sebbene si sia puntualmente riscontrato un moto di feroce critica sui media, contro una sentenza considerata bavaglio dell’informazione libera, analizzando approfonditamente il testo del provvedimento si comprende che destinatario dell’intento sanzionatorio non è il cittadino che esprime serenamente il proprio pensiero – e tantomeno il giornalista che svolge correttamente il proprio mestiere – ma quel sottoprodotto indistinto di atteggiamenti e prevaricazioni che di giornalistico ha poco o nulla, attraverso il quale il web e i social network si popolano quotidianamente di “leoni da tastiera” che, quando vengono convocati in Tribunale, manifestano sgomento e smarrimento per le conseguenze di quel che ritenevano un gioco, dando una personale e maldestra interpretazione del diritto di esprimere il proprio pensiero.

Nell’ordine delle cose, occorre distinguere innanzitutto la differenza tra criticare un comportamento riconducibile ad un soggetto determinato e criticare il soggetto stesso. 

Appare infatti evidente che stigmatizzare una condotta ritenuta deprecabile è cosa diversa dall’esprimere commenti sulle qualità personali o morali dell’interessato. Le stesse affermazioni, inoltre, possono risultare diffamatorie o semplicemente espressione di un risentimento riconducibile all’attività esercitata. Il livello di critica esercitabile nei confronti di un personaggio pubblico o di un Amministratore è ovviamente più elevato e più ampio della censura che può essere indirizzata all’uomo della strada, per il ruolo che rivestono i primi due e per l’evidente interesse pubblico alla conoscenza della loro condotta e dei loro atteggiamenti.

Dal punto di vista della condotta, fino all’avvento delle tecnologie informatiche, la diffamazione si distingueva unicamente tra quella consistente nella comunicazione con più persone e quella commessa diffondendo il messaggio con il mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo  di pubblicità, ove per tale si intendeva, ad esempio, un comizio pubblico o un volantinaggio finalizzato a diffondere notizie lesive dell’onore e della reputazione dell’interessato.

Già l’avvento di radio e televisione, negli anni ‘50 e ‘60, aveva determinato una variazione della comune percezione del reato di diffamazione, dato che alla natura locale della diffusione dei quotidiani si stava lentamente sostituendo la dimensione sovranazionale delle nuove forme di comunicazione. 

La diffusione delle tecnologie informatiche ha introdotto nuove modalità di collegamento tra più persone e di espressione, che hanno lentamente modificato il modo stesso di rapportarsi con gli altri. 

La stampa e la televisione sono state affiancate da Internet e, successivamente, dai social network, che hanno ampliato in modo esponenziale il pubblico raggiungibile con un semplice messaggio, ed introdotto nuove tipologie di comunicazione a circuito chiuso e di diffusione incontrollata e incontrollabile dei messaggi diffamatori. 

Se dapprima era il messaggio diffuso attraverso la stampa e la televisione ad essere considerato come avente il maggior potenziale lesivo, per l’impossibilità di raggiungere nuovamente gli stessi lettori / ascoltatori al fine di porre in essere una condotta riparatoria (sempre possibile, invece, con la comunicazione tra soggetti individuati da un recapito di qualsiasi natura), con Internet e le numerose possibilità di trasmissione dei dati – offerte oggi anche da smartphone e tablet – il concetto stesso di comunicazione e diffusione viene ad essere stravolto.

La comunicazione con più soggetti determinati è infatti oggi attuabile anche tramite un social network come Facebook, in cui il profilo non sia pubblico ma riservato ai soli amici, mentre l’inserimento di un messaggio in un circuito apparentemente elitario e specializzato come eMule porta a non poter individuare gli altri interlocutori, a causa della cifratura, del reindirizzamento dei dati relativi alle connessioni, della possibilità di caricare e scaricare dati in differita, e ne determina in concreto una diffusione incontrollata.

Con risvolti di non poco conto anche sotto il profilo dell’elemento soggettivo del reato di diffamazione, quando non dal punto di vista del concreto inquadramento della condotta da parte del giudice cui è pervenuto il procedimento.

Ecco perchè, quello che, fino a poco tempo fa, era un illecito penalmente rilevante per il quale veniva contestata l’aggravante dell’uso del mezzo della stampa solo per le testate registrate in Tribunale, con estensione di tale interpretazione anche all’uso di Internet, viene oggi visto sotto una nuova luce, considerando prevalente l’elemento del potenziale lesivo derivante dalla sua capacità di diffusione e non solo dalla natura giuridica del supporto che lo veicola. 

Ne deriva una lettura che equipara anche l’uso di un blog o di una bacheca dei più comuni social network a “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”, giacchè la Corte di Cassazione ritiene che la capacità di diffusione sia determinante ai fini dell’inquadramento nel primo o nel secondo comma, per il danno che è in grado effettivamente di arrecare al bene giuridicamente tutelato, che resta la reputazione della persona offesa. 

Potrebbe quindi verificarsi la situazione in cui un messaggio viene considerato riconducibile al reato di diffamazione semplice, perchè veicolato su una chat, e successitamente di diffamazione aggravata, ai sensi del secondo comma, perchè condiviso su un profilo pubblico, con ogni ulteriore conseguenza in ordine all’effettiva responsabilità dell’originario redattore e al coinvolgimento dell’utente che l’ha trasferito nella parte pubblica del sistema utilizzato. 

Il caso specifico di cui si è occupata la Corte Suprema di Cassazione traeva spunto dalla remissione degli atti al Tribunale di Roma da parte del Giudice di Pace, dichiaratosi incompetente a decidere una questione sottoposta alla sua attenzione, precisando che, ancorchè non rilevata nel capo di imputazione, la condotta in concreto contestata risultava inquadrabile nella fattispecie di cui all’art. 595, co. 3 (diffamazione aggravata dall’uso della stampa o di altro mezzo di pubblicità).

Occorre precisare, per i non addetti ai lavori, che in un eventuale conflitto tra la norma contestata nel capo di imputazione e la descrizione dei fatti contenuta nel medesimo capo di imputazione è sempre quest’ultima a prevalere.

il Tribunale, al contrario, ritenendo la questione limitata al caso di diffamazione semplice, sollevava il conflitto di competenza e rimetteva a sua volta gli atti alla Corte di Cassazione, che decideva la vicenda di stallo processuale con la Sentenza n. 24431 del 28.04.2015

Secondo la Corte, la condotta contestata (diffusione di un messaggio diffamatorio tramite una bacheca di Facebook) integra la fattispecie aggravata di cui all’art. 595 cp in quanto “…il reato tipizzato al terzo comma… …trova il suo fondamento nella potenzialità, nella idoneità e nella capacità del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone, ancorchè non individuate nello specifico ed apprezzabili soltanto in via potenziale, con ciò cagionando un maggiore e più diffuso danno alla persona offesa”.

Spiega quindi la Corte che non rileva tanto la circostanza che il messaggio abbia effettivamente raggiunto una pluralità di persone ben determinate ma che fosse potenzialmente in grado di farlo, rilevando il primo aspetto solo ai fini della eventuale determinazione del risarcimento dovuto.

Ed integra la motivazione specificando che “…lo strumento principe della fattispecie criminosa in esame è quello della stampa…” al quale il Legislatore ha giustamente affiancato qualunque altro mezzo di pubblicità che è in grado di determinare analoga “…diffusione dell’offesa… Detti arresti risultano infatti argomentati con il rilievo che, sia un comizio che la posta elettronica, vanno considerati mezzi di pubblicità, giacché idonei a provocare una ampia e indiscriminata diffusione della notizia tra un numero indeterminato di persone

Con specifico riferimento alla condotta consistente nel diffondere un messaggio tramite Facebook, il Supremo Collegio ha chiarito anche (probabilmente perchè la difesa dell’imputato aveva argomentato in tal senso) che, per comune esperienza, bacheche di tal natura raggiungono un numero apprezzabile di persone, senza le quali la bacheca di Facebook non avrebbe senso, e che l’utilizzo di Facebook “…integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione”. 

Tale ultima affermazione, in particolare, pone l’accento sulla finalità della partecipazione ad un social network o della tenuta di un blog: raggiungere un numero sempre maggiore di persone per socializzare o comunque catturarne il gradimento, circostanza che possiamo effettivamente verificare nella smodata ricerca di attenzione da parte degli altri navigatori, che si sostanzia nell’accumulo e conservazione nel tempo di “like” e “commenti”.

Ne deriva che, inevitabilmente, le statistiche di crescita di un portale o di un profilo social determineranno, innanzitutto, la qualificazione del reato in diffamazione semplice o aggravata e che la potenziale diffusività del messaggio ritenuto lesivo dell’altrui reputazione sarà utilizzato anche per il concreto calcolo della pena per il trasgressore e per stimare il risarcimento dovuto alla parte offesa.

Una riflessione si impone, sia dal punto di vista etico che giuridico. L’utilizzo delle nuove tecnologie si appalesa sempre più invasivo ed invadente, soprattutto perchè non esiste una formazione di tipo culturale e morale nel corso della progressiva alfabetizzazione informatica dell’individuo.

Tendenzialmente, sia nelle scuole che nei luoghi di lavoro, si installano personal computer e periferiche e si formano i soggetti che dovranno utilizzarli dando prevalenza all’aspetto tecnico, ponendo in secondo piano o tralasciano del tutto il modo in cui si utilizzerà lo strumento. Non c’è, in sostanza, educazione all’uso delle tecnologie informatiche, che sconfina in atteggiamenti imbarazzanti, scortesi e finanche illeciti, come putroppo testimonia la quotidianità. E’ sufficiente guardarsi attorno per rendersi conto, al ristorante come in treno, di essere circondati da tanti moderni zombie che non dialogano tra loro e socializzano esclusivamente tramite smartphone e tablet. Nonostante la crescente sicurezza delle autovetture, il numero degli incidenti non diminuisce proporzionalmente al progresso tecnologico a causa della distrazione causata dall’uso dei cellulari alla guida (non solo per parlare ma anche per leggere ed inviare messaggi, quando non addirittura per chattare). Le statische dei presidi di Pronto Soccorso, infine, hanno visto un impennata di lesioni derivanti da cadute, investimenti ed infortuni di pedoni, causati dalla distrazione generata dall’uso dei cellulari 

I social network diventano sempre più spesso luogo in cui sfogare frustrazioni e delusioni, surrogati della vita quotidiana che inducono alla solitudine e al disinteresse per la vita reale, al punto da indurre gli organismi sanitari ad analizzarne gli aspetti sociologici e psicologici, se non psichiatrici, nel momento in cui la dipendenza dall’iperconnessione diviene patologia.

L’uso di Facebook e affini come valvola di sfodo delle ansie e tensioni quotidiane, complice la spersonalizzazione dei rapporti e la protezione (psicologica) offerta da monitor e tastiera, induce la progressiva riduzione dei freni inibitori e la scarsa valutazione delle conseguenze di quel che viene scritto e veicolato in rete. 

La maggior parte degli utenti, in definitiva, non conosce la netiquette, il galateo delle tecnologie, si avventura nell’utilizzo disinvolto di strumenti che non conosce e che non domina, ed è inevitabile che tale uso, inconsapevole e spesso irresponsabile, sconfini non solo nella maleducazione ma anche nell’illecito di rilevanza penale di cui ingiuria e diffamazione (oltre che molestie e stalking) sono la più frequente espressione. 

Se, da un lato, l’introduzione della lieve tenuità del fatto, consente di riequilibrare situazioni in cui il ricorso alla sanzione penale, pur nella tipicità della fattispecie, appare eccessivo, occorre comunque considerare che la crescente tendenza ad abusare delle tecnologie porterà sempre più spesso i cittadini a doversi confrontare con il giudice penale.

Sembrano avvistarsi all’orizzonte tempi duri per blogger troppo disinvolti e “leoni da tastiera”, ma occorre anche prendere atto della situazione venutasi a creare proprio a causa di quei soggetti che, ormai troppo spesso, nascondendosi dietro lo scudo di una mal interpretata libertà di manifestazione del pensiero e del connesso diritto di critica, ritiene di avere una licenza per poter denigrare e diffamare impunemente qualsiasi altro cittadino, complici la cronica lentezza della giustizia italiana e la difficoltà di intervenire per Forze dell’Ordine ormai carenti d’organico da decenni.

Forse un riequilibrio delle posizioni, a tutto vantaggio dei giornalisti professionisti e dell’editoria di qualità, è anche auspicabile.

Gianluca Pomante

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