Privacy e nuove tecnologie

Nel mondo attuale il concetto di riservatezza è radicalmente diverso rispetto anche al più recente passato, perché gli strumenti di uso quotidiano sono già idonei alla raccolta indiscriminata di informazioni e ad una profilazione individuale e di massa

La portata del termine inglese “privacy”, originariamente riconducibile al diritto di essere lasciati soli, è stata gradualmente estesa fino a ricomprendere la facoltà di tenere sotto controllo qualsiasi dato comunque riferito alla propria persona.

Il principio, sancito da una Direttiva Comunitaria, è stato recepito dalla normativa italiana con l’ormai nota Legge 31.12.1996, n. 675, più volte modificata nel corso degli ultimi anni ed integrata da diverse norme successive, come il D.P.R. 318/99 sulle misure minime di sicurezza da adottare obbligatoriamente per proteggere i dati trattati.

Nonostante il predetto diritto sia ormai formalizzato, oltre che nel nostro, in molti degli ordinamenti giuridici dei paesi industrializzati, la possibilità di vederlo garantito e tutelato sembra diventare sempre più evanescente a causa di una realtà tecnologica che procede in direzione diametralmente opposta.

Chiunque abbia in tasca un telefono cellulare utilizza probabilmente anche bancomat e carta di credito ed esalta la comodità del telepass o della viacard.

Qualcun altro naviga in Internet, fruisce degli sconti riconosciuti da vari supermercati ai possessori di talune “consumer cards” e mette benzina solo nel distributore che memorizza punti, ad ogni rifornimento, su una carta a microprocessore che consentirà successivamente di ricevere premi o buoni benzina.

I decoder che consentono la ricezione dei programmi televisivi ad accesso condizionato (quelli ancora dotati di smart card “normale”) sono collegati alla rete telefonica per scambiare dati con la sede della Rete Televisiva e abilitare la visione di determinati film grazie all’opzione “pay per view”.

Questi privilegi tecnologici, alla indiscutibile comodità associano, tuttavia, la possibilità di monitorare le abitudini e di controllare le attività dei relativi titolari.

Chiunque ha accesso ai dati raccolti tramite questi apparati è in grado di incrociarli ed elaborarli per trarne numerose informazioni. Ad una quantità maggiore di dati gestiti corrisponderà una maggiore attendibilità del profilo tracciato.

Si supponga che un individuo decida di recarsi da Roma a Firenze per procedere ad un acquisto. Utilizzerà un’autovettura, che sarà individuata e memorizzata dai sistemi di telecamere che controllano gli ingressi e le uscite delle autostrade. Il passaggio sarà rilevato anche grazie alla tessera Viacard o al Telepass utilizzato. Durante il tragitto il telefonino che ha in tasca dichiarerà la propria presenza alle numerose celle della rete radiomobile che assicurano la copertura lungo il percorso.

Probabilmente durante il tragitto eseguirà un rifornimento di carburante pagando con carta di credito e memorizzando alcuni punti sulla smart card rilasciata dalla compagnia petrolifera. Giunto a destinazione acquisterà il bene che gli interessava, pagando con una carta bancomat e fruendo dello sconto riservato ai possessori della “consumer card” della catena di negozi dalla quale si è servito. Quindi tornerà indietro, ripetendo molte delle suddette operazioni lungo il percorso.

Hanno acquisito i suoi dati, senza che il pensiero di essere monitorato l’abbia neppure sfiorato, le varie società che gestiscono l’autostrada, la rete telefonica, la carta bancomat, la carta di credito, le varie consumer card.

La società che gestisce le autostrade, e quelle ad essa collegate, avranno a disposizione i dati dell’autovettura, i chilometri percorsi, la velocità media rilevata e le destinazioni raggiunte. Questi dati, associati ad un determinato soggetto, intestatario del telepass o della viacard, potrebbero consentire di tracciarne un profilo come conducente; profilo che potrebbe risultare particolarmente appetibile, ad esempio, per le compagnie di assicurazioni, da sempre interessate ad eliminare le polizze relative ai clienti a più alto rischio.

Le varie società che gestiscono i circuiti delle carte di credito e dei bancomat, nonché quelle ad esse collegate, potrebbero tracciare un profilo del titolare delle medesime come consumatore, sulla base degli acquisti effettuati. Inutile evidenziare quale interesse commerciale potrebbero suscitare tali dati, consentendo di personalizzare eventuali offerte da inviare direttamente al domicilio dell’interessato.

Il medesimo interesse si nasconde – anzi, viene spesso dichiarato nelle informative rese all’atto della sottoscrizione delle varie “consumer card” – dietro gli sconti e i premi offerti da supermercati, distributori di carburante e quanti altri utilizzano carte a microprocessore o carte a banda magnetica per accreditare punti ai propri clienti. Tutti i dati relativi agli acquisti potrebbero confluire in una banca dati volta a monitorare le abitudini e le preferenze degli utenti, nonché le quantità consumate di ogni prodotto, con il duplice vantaggio di poter personalizzare le offerte e regolare meglio le scorte e i nuovi ordini di merce.

Qualora i dati, infine, confluissero in un database centralizzato, si potrebbe tracciare una scheda complessiva dalla quale determinare gli spostamenti dell’interessato, le sue abitudini, le sue preferenze, le attività compiute quotidianamente, le quantità e le tipologie di beni acquistati e di servizi utilizzati, ed ogni altra informazione desumibile, direttamente o indirettamente, dall’incrocio dei dati disponibili.

Appare superfluo evidenziare come tale attività di monitoraggio e controllo possa andare ben oltre i limiti leciti della raccolta per fini statistici.

Un soggetto che acquista di frequente materiale pornografico, ad esempio, potrebbe essere schedato come potenziale pervertito; chi frequenta abitualmente club privati per omosessuali verrebbe probabilmente ritenuto tale; l’acquisto di farmaci, utili anche per la cura della sindrome da HIV, potrebbe far individuare il compratore come potenziale soggetto sieropositivo.

Ma le nuove tecnologie non tengono conto dell’effettivo utilizzatore dei dispositivi. Ogni traccia informatica individua un’apparecchiatura o un altro gadget hi-tech, non univocamente il suo titolare.

Potrebbe quindi essere ritenuto omosessuale l’intestatario del bancomat usato dal figlio, o sieropositivo l’acquirente delle medicine necessarie all’amico malato e bloccato a letto, con tutte le relative conseguenze.

Moltiplicando questo esempio per tutte le attività che quotidianamente ciascuno compie, avvalendosi delle infrastrutture tecnologiche disponibili, si può avere un’idea di come la “privacy” sia qualcosa di veramente difficile da garantire e di come, per contro, l’affidabilità di indagini statistiche o di altro genere, basata esclusivamente su tracce tecnologiche sia tutt’altro che affidabile.

Gianluca Pomante

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