Tecnologia inutile senza prevenzione e cultura

Nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, come in un film catastrofista. Sta accadendo in questo momento in Abruzzo e nelle Marche, dove ai disagi del terremoto di agosto e ottobre si è aggiunta una abbondante nevicata, che dura da giorni e che ha provocato l’interruzione dei servizi essenziali come l’erogazione di energia elettrica ed acqua potabile.

L’entità delle precipitazioni ha determinato l’esondazione di alcuni fiumi e, dulcis in fundo, è tornato a colpire con rabbia il terremoto. Ieri, 18 gennaio 2017, Quattro scosse di magnitudo superiore a 5, con punte di 5.5, altre sei di magnitudo superiore a 4, ed innumerevoli di assestamento, con epicentro tra L’Aquila e Rieti.

Gli abitanti di intere località, già colpiti dal terremoto ed isolati dalle abbondanti nevicate, stremati dalla mancanza di servizi essenziali, costretti a subire le scosse nelle abitazioni (per la neve troppo alta) o nelle immediate vicinanze (dovendo rientrare subito dopo a causa del gelo), restando in attesa dei soccorsi. Due regioni unite dall’angoscia.

In questa situazione drammatica è venuta fuori tutta la fragilità della società tecnologica, che riempie le nostre abitazioni di apparecchi ed accessori del tutto inutili se manca la corrente. Pochi i gruppi di continuità e comunque con autonomia insufficiente; pochissimi i gruppi elettrogeni, spesso malfunzionanti; linee elettriche aeree prive di manutenzione, soprattutto nelle zone di montagna, dove basta una slavina o un albero che cade per mandare in tilt intere province.

Caldaie elettroniche, climatizzatori, autoclavi, pompe ad immersione, stufe a pellet e termocamini, tapparelle elettriche, domotica… tutte accomunate da un solo denominatore: senza corrente non funzionano.

Capita così di essere prigionieri delle abitazioni, al freddo, con il terremoto che ruggisce, senza luce, senza acqua, senza la possibilità di comunicare (perchè, oltre ai cellulari, anche i ponti radio, dopo 10/12 ore, esauriscono le batterie d’emergenza e smettono di funzionare).

In Italia manca la cultura della prevenzione e dell’uso consapevole delle tecnologie. La politica incapace degli ultimi decenni ha portato queste regioni nel baratro e la popolazione, purtroppo, spesso complice di una mentalità clientelare e non di servizio, ne paga oggi le conseguenze.

Nei miei 48 anni di passione per le tecnologie ho imparato che senza corrente la civiltà occidentale si ferma e torna al medioevo. Uno Stato e i suoi concessionari non dovrebbero mai smettere di investire nelle infrastrutture e non è un mistero che in Italia, negli ultimi vent’anni, ben poco si sia fatto per migliorare la situazione.

In azienda è indispensabile, per salvaguardare l’attività quotidiana, eseguire backup periodici, con rotazione dei supporti, e dotarsi di gruppi di continuità che mandino il segnale di spegnimento a client e server, in caso di assenza prolungata dell’energia elettrica. Spesso manca, tuttavia, un gruppo di continuità ed una adeguata scorta di carburante (sufficiente per mantenere i servizi minimi almeno per una settimana).

Si dovrebbero applicare gli stessi criteri alla società civile, redigere e diffondere dei piani di sicurezza per le abitazioni, i condomini, i quartieri, le città (in realtà esistono già ma non seguono regole precise, sono affidati all’intraprendenza o all’incapacità dei politici di turno, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti).

Sono più autonome le realtà montane, in Abruzzo e nelle Marche, dove gli abitanti sono abituati a restare isolati e ad essere autosufficienti, che le città, fragili e oggi alla disperata ricerca della normalità che spesso non viene apprezzata.

Se è già difficile superare le resistenze di un imprenditore, che pure trae dall’azienda il suo reddito, è facile comprendere che la spesa di un sistema integrato di gestione delle utenze (con elettrovalvole che si chiudono automaticamente in caso di rottura delle condutture, gruppi di continuità che preservino gli apparecchi elettrici ed elettronici anche dagli sbalzi di corrente, gruppi elettrogeni con limitazioni pro-quota, che garantiscano per alcuni giorni i servizi essenziali, ecc.) sia considerata un costo inutile, almeno fino ad oggi.

Inutile parlare di organizzazione del territorio, razionalizzazione e delocalizzazione di risorse, scuole ed uffici, messa in sicurezza delle infrastrutture critiche, diffusione della cultura della sicurezza tra i cittadini.

E’ sufficiente pensare ai Centri Operativi Comunali, aperti in ritardo e poi spostati altrove a causa del terremoto, per capire che questi politici non sono inutili ma dannosi. Contano sul fattore C non sulla prevenzione. Va tutto bene fino a quando quel che non dovrebbe succedere, invece, accade.

Quante probabilità c’erano che una nevicata di cinque giorni scaricasse diversi metri di neve sulle regioni dell’Italia centrale, facesse esondare i fiumi e coincidesse con decine di forti scosse di terremoto, dopo che già ce n’erano state diverse ad agosto ed ottobre? Sicuramente poche, eppure è avvenuto.

Quando sarà finita, quando saremo tornati alla normalità, sarà necessario ripensare questa politica e questa fragile società ipertecnologica, soprattutto nelle regioni del centro Italia, altrimenti continueremo ad usare i tablet e gli smartphone per fare il conto dei danni.

Gianluca Pomante

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