Controllo globale

Ha destato grande scalpore, sia tra le persone comuni che molti “addetti ai lavori”, l’idea di monitorare l’andamento dell’epidemia di coronavirus attraverso la localizzazione degli utenti, utilizzando il telefono cellulare che ormai ogni cittadino ha con sé e sul quale dovrebbe installare una specifica applicazione.

Sorvolando sull’utilità di un’applicazione di cui il soggetto controllato dovrebbe eseguire il download, trattandosi di dati già disponibili ad aziende come Google, che quotidianamente raccolgono i dati di localizzazione degli smartphone Android per innumerevoli funzioni, in primis i programmi di navigazione, ciò che desta perplessità è che nessuno si lamenti, invece, della quantità infinita di informazioni che, quotidianamente, diversi grandi aziende del panorama tecnologico mondiale raccolgono su ogni cittadino, con metodi ben più invasivi della semplice localizzazione.

Se il timore dell’uomo medio è quello di essere intercettato, al punto che, chi sta compiendo un atto illecito, dal più banale al più spregevole, tende a parlare in codice, e se anche per piccoli segreti si fa spesso ricorso a forme di cifratura delle conversazioni banali e spesso caratterizzate da simpatica ingenuità, quello che manca nella cultura collettiva è la conoscenza del vero fenomeno dell’intercettazione globale, che non riguarda il dato scambiato ma il metadato, ossia quell’informazione desumibile dall’esistenza stessa della comunicazione.

Ne parla Edward Snowden nel suo libro “Errore di sistema”, edito in Italia da Longanesi, in cui racconta l’esperienza maturata come dipendente al servizio della CIA e, successivamente, della NSA, attraverso le varie aziende contractor che fanno il lavoro sporco per il Governo statunitense.

Acquisiti i più elevati permessi di accesso alle informazioni riservate delle due agenzie governative, Snowden ha rivelato il vero volto del programma di intercettazione globale, che non riguarda, almeno in prima battuta, le intercettazioni, ma il traffico generato dai dispositivi elettronici.

Ciò che viene realmente e quotidianamente collezionato dai motori di ricerca e dalle compagnie telefoniche, infatti, non è il dato relativo al contenuto, per quanto intimo, delle conversazioni o delle e-mail, per le quali è necessario un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria a pena di inutilizzabilità, ma il dato relativo alle utenze che si sono collegate, alla loro posizione geografica, all’ora e alla durata della conversazione, che tecnicamente è definito meta-dato, cioè dato derivato da altri dati, utile a descriverli e a descriverne il funzionamento.

I metadati di un telefono cellulare possono essere utilizzati per ricostruire il percorso di un utente, capire da dove ha iniziato un viaggio, dove è passato, dove ha dormito e dove è arrivato in un determinato momento storico. Associando tali dati a quelli di altri dispositivi elettronici come bancomat e carte di credito, è possibile capire cosa ha acquistato e dove, di quali servizi ha fruito, se ha fatto carburante o se ha prelevato del denaro contante.

I navigatori delle nostre autovetture, così comodi per muoversi nelle grandi città, sono un ulteriore elemento di valutazione per chi colleziona metadati, perché tracciano ogni spostamento in auto, confermando i dati dello smartphone. Ed ogni comunicazione elettronica, inevitabilmente, senza che l’interessato presti alcun consenso o si renda minimamente conto di lasciare tali tracce in giro, come il Pollicino della fiaba di Charles Perrault, aggiunge un tassello al complessivo mosaico della vita in chiave tecnologica di ogni individuo.

In un momento storico in cui la domotica e gli assistenti digitali come Alexa, Siri e Google Home stanno entrando a gamba tesa nelle abitazioni e negli uffici, consentendo di monitorare, attraverso i metadati, anche i più piccoli spostamenti e variazioni all’interno dei locali, forse non c’è alcuna ragione di preoccuparsi della sola localizzazione per il coronavirus, dato che, peraltro, è già disponibile senza dover scaricare alcuna app.

E per averne contezza, è sufficiente visitare il sito
https://myaccount.google.com/data-and-personalization
e verificare sulla cronologia delle posizioni dov’era lo smartphone, minuto per minuto, negli ultimi anni. Anni, non qualche giorno.

Gianluca Pomante

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