Coronavirus e localizzazione

Ha destato seria preoccupazione la notizia secondo la quale si vorrebbero utilizzare i dati delle celle telefoniche per la localizzazione degli utenti ed il controllo dei loro spostamenti, al fine di combattere la pandemia da coronavirus, analogamente a quanto fatto dalla Corea del Sud in questi giorni, particolari sotto ogni punto di vista.

Sull’argomento si sono levate le proteste di numerosi esperti del mondo digitale e delle associazioni per la tutela dei diritti civili, secondo i quali un’operazione di tal genere dovrebbe essere portata a termine tramite un’applicazione da scaricare sui telefoni degli interessati e da attivare all’occorrenza. È intervenuto sull’argomento anche il Garante per la protezione dei dati personali, evidenziando che un simile trattamento dovrebbe riguardare unicamente dati in forma aggregata e rigorosamente anonima, ricevendo rassicurazione e plauso da esponenti politici di varia estrazione.

Il quesito che è lecito porsi riguarda l’effettiva utilità di un meccanismo basato sul consenso dell’interessato e sulla gestione di dati in forma aggregata ed anonima (che, peraltro, escluderebbe la necessità di acquisire il consenso) che impedirebbe di localizzare i soggetti, ad esempio, risultati positivi al tampone per l’individuazione del virus o sottoposti a quarantena obbligatoria, vanificando l’intenzione originaria del controllo finalizzato al contenimento.

Peraltro, appare evidente che sarebbe abbastanza difficile pretendere da ogni cittadino un comportamento positivo in tal senso, che andrebbe ben oltre il semplice senso civico necessario per non adottare comportamenti a rischio: per poter funzionare, tale meccanismo avrebbe bisogno di una prima azione positiva consistente nello scaricare ed installare l’applicazione,  e in una seconda azione positiva consistente nell’attivare la localizzazione tramite GPS.

Ben più efficace, probabilmente, sarebbe l’ipotesi di tracciare semplicemente le utenze tramite i ripetitori degli operatori telefonici, che consentirebbero, con sufficiente approssimazione, di valutare se un soggetto si sta spostando in prossimità della propria abitazione o verso un altro comune. Anche in questo caso, tuttavia, sarebbe sufficiente all’interessato, se malintenzionato, lasciare il telefono presso l’abitazione per eludere qualsiasi controllo, a dimostrazione della necessità, in caso d’emergenza, di ricorrere a metodi che, per quanto invasivi, garantiscono il risultato, il cui interesse pubblico è decisamente superiore a quello del privato a non essere monitorato.

La cosa che desta maggiore perplessità, tuttavia, è la circostanza che quei dati sono già disponibili presso operatori del mercato come Facebook, Google ed altri, che semplicemente richiedono l’attivazione necessaria dei servizi di localizzazione per consentire il funzionamento delle applicazioni sugli smartphone. Consenso che è stato già prestato dagli interessati e che prevede espressamente che i dati possano essere ceduti alla pubblica autorità in caso di necessità (elemento non necessario per un’acquisizione giustificata da esigenze di sicurezza nazionale, peraltro).

Visitando il sito myaccount.google.com/data-and-personalization, ad esempio, e selezionando l’opzione “cronologia delle posizioni”, ogni utente ha accesso alla propria posizione geografica nel tempo, con una approssimazione di qualche secondo, e può ricostruire i propri spostamenti, ad esempio, per verificare se effettivamente stava percorrendo una determinata via, quando è stato sanzionato per una violazione al codice della strada, oppure se ha acquistato, in quello specifico giorno, un prodotto all’interno di un preciso negozio.

Appare evidente che le Autorità di Pubblica Sicurezza, per ragioni d’emergenza, ben potrebbero acquisire quei dati, che sono già dettagliati ed idonei, senza necessità di alcun preventivo consenso dell’interessato, ad essere utilizzati per monitorare gli spostamenti dei cittadini con precisione e soddisfare, in tal modo, l’esigenza di contenere il contagio.

Dato che sono elementi noti anche alle persone comuni e, pertanto, a maggior ragione dovrebbero essere lapalissiane per gli esperti, sorge spontaneo il dubbio che l’idea di sviluppare un applicazione non serva realmente a tutelare la riservatezza dei cittadini ma a consentire di indire un appalto con procedura d’urgenza e spendere qualche milione di euro di denaro pubblico, approfittando dell’emergenza.

Gianluca Pomante

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