Il diritto all’oblio

La permanenza delle informazioni su Internet, associata alla diffusione determinata dai motori di ricerca, che ne indicizzano i contenuti rendendoli disponibili anche a distanza di molti anni dalla pubblicazione, ha portato i giuristi europei a confrontarsi con un nuovo problema che mai precedentemente si era posto con il supporto cartaceo: il diritto ad essere dimenticati.

Dopo la Sentenza della Corte di Giustizia Europea relativa al ricorso C-131/12 , con la quale la Corte ha riconosciuto il diritto di un cittadino spagnolo ad ottenere la deindicizzazione di notizie presenti su Internet che lo riguardavano, poichè lesive della sua sfera privata e della sua reputazione, anche la Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 13161/2016, si è confrontata con la situazione del proprietario di un Ristorante che, a distanza di anni, era costretto a subire gli effetti lesivi di un articolo riguardante fatti penalmente rilevanti, suscettibili di incidere fortemente sulla reputazione e, quindi, sui risultati di gestione del locale.

Con dettagliata argomentazione la Suprema Corte definisce sostanzialmente sufficienti due anni e mezzo dalla pubblicazione della notizia per considerarne esaurita la funzione connessa all’interesse pubblico alla conoscenza dell’accaduto da parte della collettività e rientrante nel combinato disposto degli artt. 11 e 15, del D.Lgs. 196/2003, l’obbligo di rimuovere, anonimizzare o deindicizzare i contenuti, anche di cronaca giornalistica, su richiesta dell’interessato, dovendosi procedere al risarcimento del danno in caso contrario.

Sussiste, ha stabilito nella sostanza la Corte di Cassazione, il diritto del cittadino ad ottenere la rimozione, anonimizzazione o deindicizzazione dei dati personali che lo riguardano, decorsi oltre due anni dall’originaria pubblicazione, anche in caso di cronaca giornalistica.

Sentenza-13161_2016

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