Videocamere dal futuro

Il complesso ordinamento giuridico italiano sembra creato per indurre il cittadino a non osservare le innumerevoli leggi che lo compongono; un mosaico oltremodo variegato, simile ad un quadro di Klimt, dalle tinte dorate ma scure, che mostrano uno splendore risalente all’epoca d’oro del diritto romano ormai offuscato dalla proliferazione moderna, che ne impedisce la corretta interpretazione ed applicazione.

Un ordinamento giuridico dovrebbe indicare regole generali ed astratte, semplici da comprendere al comune cittadino, che spetta poi al giudice applicare al caso concreto e al Governo tradurre in azioni esecutive sul territorio nazionale, in ossequio a quella tripartizione dei poteri dello stato che è consacrata nella Costituzione.

Con riferimento ai diritti del cittadino, lo stesso ordinamento, nel porre limiti alla libertà, dovrebbe anche stabilire le regole per ridurre gli spazi in cui essa può estrinsecarsi, disciplinando compiutamente i metodi con i quali un cittadino può essere controllato senza aver commesso alcun atto illecito.

Tale principio di diritto, ovviamente, si pone in netta contrapposizione con le esigenze della pubblica sicurezza, che è da sempre il contraltare della libertà d’espressione e di movimento, poiché è storicamente finalizzata a prevenire comportamenti lesivi della civile convivenza più che a reprimerli.

Occorre quindi trovare il giusto bilanciamento tra le libertà civili e la necessità per lo Stato di controllare quei comportamenti che alle stesse libertà civili potrebbero attentare, vedendo prevalere la legge del più forte in luogo di quella della democrazia e della convivenza civile. Tuttavia, le scelte del legislatore non devono finire per attribuire un potere eccessivo alle Autorità di Pubblica Sicurezza, poiché la stessa attività di prevenzione finirebbe per comprimere eccessivamente quelle stesse libertà che dovrebbe invece tutelare da ogni aggressione.

Il disagio tecnologico connesso al crescente sviluppo delle telecamere digitali e dei software di gestione delle immagini pone nuovi interrogativi alla luce del Regolamento Europeo per la tutela dei dati personali n. 679/2016 recentemente entrato in vigore, poiché ha sbilanciato eccessivamente le potenzialità di controllo verso l’autorità di pubblica sicurezza in modo che risulta innaturale e finanche incomprensibile per il comune cittadino, certamente lontano dalla capacità di comprensione del fenomeno, che potrebbe quindi passare sostanzialmente inosservato e, per assurdo, tollerato.

In principio, le telecamere venivano utilizzate con finalità di repressione dei reati (documentavano un evento e sulla base delle immagini si cercavano i responsabili) e solo successivamente si è arrivati a sollecitarne l’installazione con chiare finalità di prevenzione, accentuando il problema della tutela dei diritti dei soggetti interessati dalle riprese pur senza essere criminali.

Gli stati stavano cercando di passare da un controllo diretto dei soli soggetti che si rendevano responsabili, in modo evidente, di comportamenti discutibili o di illeciti conclamati, ad un controllo generalizzato delle masse, basato su una conservazione dei dati generalizzata e a lungo termine, da utilizzare a posteriori, non solo per finalità di repressione dei reati ma soprattutto per scopi di controllo globale.

Il principale ostacolo alla digitalizzazione della vita dei cittadini, tuttavia, era costituito dai costi elevati dei sistemi di videosorveglianza, che impedivano l’installazione a tappeto e quindi, incidentalmente, limitavano la libertà d’azione delle attività di pubblica sicurezza.

Con la digitalizzazione e la globalizzazione, complice anche il crollo dei costi dei materiali e, conseguentemente, degli impianti di sorveglianza ma, soprattutto, dei data center per la memorizzazione delle immagini, l’installazione di telecamere e di sistemi di allarme e monitoraggio sempre più evoluti ha subito una impressionante accelerazione e le funzioni disponibili per gli operatori e per gli analisti di dati sono aumentate a dismisura: video ad alta risoluzione, zoom digitale, motorizzazione degli spostamenti delle telecamere e percorsi di ronda automatici, sono solo le prime features introdotte con l’evoluzione tecnologica ed oggi alla portata di qualsiasi comando di polizia municipale. I sistemi integrati interforze sono ormai una realtà per la maggior parte delle grandi città e la rete di “occhi” pubblici e privati copre gran parte degli spazi disponibili al punto che nelle vie principali è difficile, se non impossibile, sottrarsi alle riprese delle videocamere di sorveglianza. La situazione è talmente diffusa da essere ormai tollerata e finanche considerata normale dal comune cittadino, alla stregua di un male necessario che riduce le libertà ma protegge, e questo è l’aspetto che più induce a temere che si possa essere ad un punto di non ritorno per le libertà civili e la privacy. Ogni tecnologia, infatti, può avere un utilizzo lecito ed uno illecito e dev’essere l’ordinamento giuridico a proteggere la massa dei consociati dall’abuso e dalle violazioni dei diritti.

Le nuove funzioni termografiche hanno introdotto un elemento che in precedenza non era previsto: la possibilità di allungare la “vista” della telecamera ben oltre la visibilità garantita dagli illuminatori ad infrarossi, poiché il software è in grado di ricostruire la traccia di calore diffusa dal corpo umano rispetto a quella di animali più o meno grandi o derivanti da fonti di calore di origine diversa. Ma questo significa anche poter seguire una persona molto al di fuori del raggio d’azione di una telecamera tradizionale, in ambienti nei quali normalmente ritiene non possa essere soggetto ad alcuna sorveglianza.

I software di analisi biometrica hanno aggiunto alle capacità delle telecamere quella di identificazione automatica, basando il confronto dei tratti biometrici dei volti con quelli memorizzati all’interno di un database che permette di individuare rapidamente i soggetti che sono stati segnalati. Le stesse telecamere, purtroppo, sono in grado di realizzare la mappa biometrica del viso e creare ex novo un database di tutti i cittadini di un determinato territorio. Tale capacità, moltiplicata per il numero di telecamere installate nelle grandi città, è già sufficiente a realizzare in poco tempo una classificazione biometrica della maggior parte della popolazione di uno Stato, come del resto insegnano le esperienze di Cina e Corea del Nord.

L’introduzione del software di analisi comportamentale ha dato alle telecamere la possibilità di distinguere la lettura del giornale dalle mani alzate all’interno di un locale o dalla distribuzione a terra delle persone in caso di rapina, ed ha quindi ampliato la possibilità di controllo da remoto anche in assenza dell’operatore, poiché è il programma che analizza i comportamenti e ne trae conclusioni automaticamente, lanciando l’allarme in caso di evento considerato a rischio. Quella stessa capacità di analisi permette oggi di tutelare le opere d’arte dagli atti di vandalismo, poiché è in grado di rilevare la minima variazione sull’oggetto inquadrato, e di elevare il grado di controllo delle aree interne ed esterne, perché in grado di misurare la distanza attorno ad un bene e segnalare la violazione dell’area di rispetto da parte di un individuo.

L’analisi comportamentale e biometrica, tuttavia, apre le porte a quella che è l’analisi predittiva, che non si limita ad analizzare i comportamenti considerati a rischio e a riconoscere i volti dal dato biometrico ma sposta l’attenzione sui comportamenti e sulle caratteristiche somatiche che potrebbero indicare che sta per essere compiuto un crimine.

Un determinato andamento della camminata, o la posizione delle mani, o un vestito indossato con altri accessori, analizzato sulla base del corrugamento del viso e dell’intensità dello sguardo, potrebbe essere valutato come predittivo di una rapina all’interno di un esercizio commerciale o di una banca, e portare al fermo dell’interessato sulla base di presunzioni e non di atti effettivamente posti in essere.

Il passaggio al “poliziotto automatico” di cui parla Edward Snowden nel suo libro “Errore di sistema”, che si attiva di fronte a circostanze sospette e che analizza il viso ed il movimento di ogni cittadino che transita nel raggio d’azione della telecamera, traendone elementi utili alla valutazione delle future condotte, è sempre più attuale e getta lunghe ombre sul futuro della videosorveglianza, non più come sistema di repressione e prevenzione indiretta ma come sistema attivo, orientato al controllo indiscriminato, di lombrosiana memoria, che inciderà sensibilmente sui diritti e sulla riservatezza dei cittadini. Non più un trattamento dei dati limitato alle situazioni in cui l’evento che legittima la registrazione ed il trattamento è già avvenuto ma un sistema di controllo globale sulla base del quale i dati saranno archiviati indipendentemente dalla loro rilevanza e potranno essere analizzati anche successivamente per valutare i comportamenti, ad esempio, di quelli che potrebbero essere individuati come complici. Con elevatissimo rischio di interpretare comportamenti comuni, per quanto anomali, o derivanti da timore, paura, reazione psichica all’evento, come indicatori di appartenenza al gruppo criminale che ha commesso il reato.

E questo anche senza considerare indagini più invasive, volte a profilare i cittadini come potenziali criminali sulla base delle scelte algoritmiche del gruppo di potere in grado di controllare tali tecnologie. L’esperienza del sistema Prism statunitense e l’elusione del controllo del Congresso da parte della NSA dovrebbero far riflettere sull’opportunità di attivare controlli adeguati, a tutela della cittadinanza, contro le distorsioni del sistema.

Alla luce delle suddette considerazioni, sarà sempre più necessario, nei prossimi anni, delineare la sottile linea di confine tra il controllo globale e le esigenze di pubblica sicurezza. E non sarà un compito semplice.

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